La "cittadinanza culturale" (Rosaldo 1994a, 1994b,
1994c) è una formula antropologica che tenta di tenere insieme le
forme normative e nazionalizzate della comunità politica con quelle
dell'appartenenza ad un dato contesto etnico e storico che caratterizza
anche le forme di vita di una data popolazione e le sue modalità di
regolamentazione dei rapporti sociali di tipo tradizionale. Negli
Stati Uniti questa formula è stata impiegata per parlare delle recenti
rivendicazioni di diritto da parte delle comunità indigene, ma essa
può essere impiegata anche per qualificare le strategie di definizione
più recenti dell'identità culturale europea e la connessa nozione
di cittadinanza che a tale comune definizione si collega. L'analisi
di questa complessa definizione di cittadinanza europea e le connesse
strategie di rappresentazione di un'identità culturale comune per
tutto il territorio della comunità può essere fatta su almeno due
piani metodologici: da un lato l'insieme di norme, casi legali e amministrativi,
di leggi di volta in volta varate o emendate che concorrono alla progressiva
definizione di un'identità e di una cultura comunitaria; dall'altro
l'analisi delle forme di definizione dell'appartenenza culturale alla
"comune casa europea" che possono provenire da un'analisi antropologica
concentrata sulle nuove generazioni di cittadini europei e dunque,
in particolare, nei contesti scolastici e universitari in cui tale
sentimento viene con maggior intensità sostenuto e nutrito. La relazione
tra identità e cittadinanza deve pertanto essere intesa come l'area
di indagine all'interno della quale osservare - sia con gli strumenti
dell'antropologia giuridica che con quelli di un vera e propria etnografia
dei contesti scolastici - le forme di diffusione di modelli "europei"
di partecipazione alle decisioni politiche e alle loro differenze
di tipo culturale da paese a paese o da comunità a comunità.
Identità, cultura e cittadinanza sono nozioni analizzate oggi sulla
scorta di un approccio socio-antropologico attento alle retoriche
pubbliche e alle narrative private, alle forme di costruzione politica
e sociale del senso di appartenenza. Al discorso e alle pratiche dei
gruppi si combinano quindi le aspettative da parte delle istituzioni
che dovrebbero essere capaci di raccogliere lo spettro ampio e complesso
delle richieste e delle resistenze dei più diversi gruppi impegnati
in un'opera di definizione identitaria che mira ad essere quindi sintetizzata
dalla normativa in corso di definizione e di attestazione nel nuovo
spazio politico-diplomatico aperto dalla relativamente recente costituzione
dell'Unione Europea come insieme di Stati Federati.
E' indubbio che buona
parte dell'attuale profilo socio-politico della Comunità Europea risenta
di questa forte ipoteca retorica, tuttavia si può cercare di impostare
una ricerca su questo processo di costruzione culturale che esuli
dalla semplice analisi testuale delle retoriche europeiste e che miri
a individuare nelle effettive pratiche comunitarie e nelle reali aree
di scambio gli oggetti di un'analisi antropologica della cittadinanza
e delle sue nuove declinazioni all'interno dello spazio geopolitico
europeo. I discorsi ufficiali, le retoriche non sono d'altronde l'unica
forma di costruzione del politico - come da molte parti gli studi
antropologici hanno teso a mettere in rilievo. Certo, essi ne rappresentano
la parte più esterna e visibile, quella della comunicazione pubblica,
ma esistono anche livelli diversi e più sotterranei di attestazione
della propria appartenenza e di costruzione della propria identità
di cittadino al di là della retorica politica e dei fasti della propaganda
più semplicistica. Come già per i molti studi svolti sulle comunità
indigene negli Stati Uniti (Rosaldo, 1994a) si dovrà allora mettere
in evidenza la pluralità di processi culturali deputati e impegnati
in questi anni nella costruzione di un'identità culturale del cittadino
europeo e assomigliare progressivamente ad un processo di identificazione
dell'appartenenza europea che non passi più soltanto per una assimilazione
burocratico-amministrativa degli Stati membri, ma ad un processo di
reale omologazione e integrazione dei diversi stili culturali contenuti
all'interno della Comunità, oltre che ad un'ipotesi di convivenza
tra le irriducibili specificità culturali in essa contenute nelle
forme di una nuova politica di negoziazione delle diversità.
La questione della cittadinanza si presenta d'altronde oggi
come una delle tematiche cruciali nel quadro della globalizzazione,
del transnazionalismo politico ed economico e dei nuovi localismi
ad esso connessi e impone alla riflessione antropologica un radicale
ripensamento delle categorie di territorialità, di identità e di contestualizzazione
culturale nonché il delicato rapporto tra norme, politiche e identità.
La realtà europea inizia oggi a mettere in evidenza come anche all'interno
dello spazio comunitario emergano sempre più spesso rivendicazioni
identitarie da parte di gruppi, etnie, porzioni di stati, nuove conglomerazioni
politiche e come ciascuno di questi diversi soggetti politici presenti
strategie di lotta e rivendicazione di tipo diverso, quando non anche
tensioni etniche e religiose congiunte ad una critica radicale del
modello nazionalistico di divisione dello spazio europeo: il caso
della ex-Jugoslavia e le sue attuali propaggini macedoni sono un tragico
esempio di ciò che lo "spazio" politico-culturale europeo può contenere
in termini di conflittualità identitarie e culturali. Al tempo si
deve tener conto delle innumerevoli varianti presenti oggi in Europa
quanto a integrazione e mediazione culturale con i gruppi migranti
in ingresso: le diverse normative statali scelte per gestire e in
molti casi contenere l'ingresso dei migranti, le politiche differenziate
circa la residenza, la nazionalità e lo spettro più ampio dei diritti
dei cittadini stranieri, nonostante di recente uno sforzo di omologazione
in tal senso sia stato rappresentato dalla Carta Europea dei Diritti
Fondamentali che pure lascia aperta la strada ad una forte discrezionalità
dei singoli stati membri in materia di gestione locale delle politiche
di integrazione (Bindi, 2001a).
L'elemento di maggiore
interesse è che mentre la Comunità Europea cerca di costruire un proprio
profilo unitario dal punto di vista non solo delle pratiche di integrazione
delle comunità migranti, ma più in generale di gestione delle questioni
relative ai diritti fondamentali della persona e del cittadino - decisive
nel quadro della costruzione di una cittadinanza culturale e politica
al tempo stesso -, gli elementi di differenziazione interna e le rivendicazioni
identitarie dei gruppi etnici, religiosi, culturali vanno accrescendosi
e divenendo sempre più puntuali e definite. Si deve individuare in
questo un tratto europeo di assimilazione alla situazione nordamericana
in cui accanto ad una sostanziale omogeneità nell'immagine esterna
del Paese si scopre una sempre maggiore differenziazione interna degli
spazi culturali e politici di attestazione dei singoli gruppi culturali
e d'interesse. La vera sfida anche nel caso europeo diviene dunque
quella di far quadrare le aspirazioni unitarie - necessarie da un
punto di vista economico e diplomatico transnazionale - e le innumerevoli
istanze locali e trasversali alla comunità.
Gli Stati Uniti,
e ancor più forse il Canada, hanno fatto a lungo della multietnicità
e del multiculturalismo una delle proprie bandiere politiche e ci
sembra naturale oggi rilevare che anche le forme del diritto e della
gestione politica delle cittadinanze abbiano scelto in questi Paesi
- con notevoli elementi di scarto e ritardo in ogni caso - l'assunzione
politica e culturale delle diversità come tratto identificante della
loro condotta politica e delle loro strategie culturali più significative
(ricerche e programmi universitari, diritti sul luogo di lavoro, tutela
delle specificità culturali e pari opportunità nell'accesso ai servizi
come qualificanti del servizio stesso).
L'Europa al contrario ha da sempre avuto molto chiaramente
la percezione della molteplicità di storie locali e nazionali che
la componevano al punto da essere quasi sopraffatta da tanta diversità
interna e da ritardare il processo di costruzione di un'entità politica
unitaria. Ciò fa sì che la Comunità continui ad essere considerata
un'entità per lo più "sovranazionale" - in ciò coadiuvata senza dubbio
anche da una notevole resistenza dei singoli Stati membri a perdere
la loro sovranità rispetto a certe questioni specifiche - e non assuma
ancora nell'orizzonte culturale dei cittadini un ruolo di definizione
identitaria di qualche rilievo. Il rischio di un'Europa quasi esclusivamente
monetaria, incapace di pesare nella costruzione culturale delle appartenenze
e della cittadinanza comunitaria, sembra in effetti sempre più realistico.
E' ovvio d'altronde che
il multiculturalismo insito nella cultura nordamericana e il suo connesso
"patrimonio" di conflittualità trova un altrettanto ricco quadro comparativo
nella realtà europea: convivenza di gruppi ebrei, musulmani, ortodossi,
cattolici nell'area orientale insieme ad una serie di conflitti etnici
e rivendicazioni di gruppi culturalmente e religiosamente definiti
in aree come l'Irlanda, la Spagna, la Scozia, e ancora conflitti politici
accesi connessi a fenomeni di rivitalizzazione razzista come quello
della Karinzia di Haider o di neocampanilismi incisivi come quello
italiano della Padania. E' evidente che tutti questi fenomeni necessitano
di un'analisi storica e socioculturale contestualizzata, ma è chiaro
come essi esprimano la sempre più evidente necessità di ridefinire
il passato europeo, di riorganizzarne le priorità. (Zolo, 1995; Manzella,
2000; Tuttolibri, 2000).
Abbiamo davanti
un'Europa caratterizzata da un notevole numero di "individui-Stati",
dall'assenza di unità linguistica, con una significativa, ma non esclusiva
impronta religiosa cristiana: dunque una Comunità i cui elementi unificanti
vengono decisamente sopravanzati ad una prima analisi da quelli di
differenziazione interna e disomogeneità. In tal senso è stato recentemente
rilevato come l'Europa come entità illustri "particolarmente bene,
lo si vede, i limiti dell'approccio geografico classico" (Lévy, 1999).
Il continente europeo dunque, nella sua delimitazione tradizionale,
finisce per avere un valore essenzialmente convenzionale e gli elementi
di unità e sintesi tra queste plurime identità culturali presenti
al suo interno vanno dunque ricercate in altre "forme di vita", in
altre modalità di selezione e organizzazione culturale, in altri nuclei
simbolici di riconoscimento della comune appartenenza. Costruire a
partire da questi presupposti una vera e propria cittadinanza comunitaria
significa probabilmente ripercorrere le molte storie locali e internazionali
che l'hanno attraversata, optare per una vera e propria "archeologia
della cittadinanza" in Europa che sappia tenere insieme la relativamente
recente storia dell'Europa come Comunità accanto a quella di area
di scambi culturali e di maturazione di grandi tendenze storico-culturali
accanto ancora all'altra nozione assai complessa di Mediterraneo che
ad essa si è da sempre intrecciata pur senza mai doppiarla o assimilarla
completamente, sia per ragioni strettamente geografiche che di natura
più generalmente culturale.
L'Europa è dunque
un oggetto originale, e da che cosa è delimitata nel suo esserlo?
Basta una qualificazione geostorica o geoculturale per caratterizzare
questa entità diversificata, complessa e stratificata che oggi tenta
per progressive stratificazioni di "farsi" entità politico-diplomatico-economica
considerevole nel panorama del transnazionalismo, della globalizzazione
commerciale e culturale, della circolazione mondiale di contenuti,
saperi e idee parallela al risorgere degli infiniti localismi e regionalismi
più o meno conflittuali?
"L'istanza ermeneutica
è dunque fondamentale per la storia europea: essa non esibisce una
natura, ma una pluralità di storie - da interpretare, da riannodare;
la sua idea di civiltà è costantemente, nei secoli, la risposta di
cultura rispetto a un fondamento di natura. Questa istanza che pone
l'accento sulla trasformazione attraverso l'opera è, nella sua essenza,
la vocazione civilizzatrice contro la ricerca, biologica e politica,
di una natura, cioè di un patrimonio specifico, genetico, che identifica
e "localizza" (Ossola, 2001)". L'Europa sarebbe dunque sempre, alla
sua radice, costruzione, elemento secondario, definizione mitica di
un'identità composita e caratterizzata proprio dal suo essere concrezione
di elementi disparati, dispersi persino, ma riuniti dalla stessa operatività
e incisività, da quell'opera civilizzatrice che li ha portati tutti
a espandere il proprio modello civile e politico all'esterno prima
ancora di averlo saldato e concretizzato in forme stabili all'interno.
Entità aperta dunque,
"in-finita" e per questo così continuamente esposta a ridefinizione,
ad ampliamenti e contrazioni, a irrigidimenti nelle forme del conflitto
tra sottounità nazionali più solide e meglio definite storicamente,
ma al tempo stesso capace di travalicarle tutte per l'omogeneità di
alcune forme di vita estese al di là e al di qua dei singoli, limitati
confini nazionali.
Definire un'ipotesi,
seppure non una nozione certa di cittadinanza europea sembra dunque
non solo complesso, ma utopistico persino e soprattutto nega l'essere
europeo in divenire continuo, il suo ermeneutico, reticolare "rifarsi"
ad ogni momento in occasione dei grandi eventi come guerre, emigrazioni
e immigrazioni, ma anche mutamenti apprezzabili nella lunga durata
come modificazioni degli stili di vita agricola e urbana, di coltivazione
e di industrializzazione, di circolazione e informazione e simili
a seconda delle diverse epoche.
E' questo quadro
complesso a rendere così difficilmente definibile una "cittadinanza"
europea che non sia esclusivamente vincolata al pur encomiabile sforzo
di rafforzamento all'interno della comunità di osservanza e tutela
dei diritti dell'uomo. Essa si caratterizza assai più come dato culturale
che non come "pacchetto di requisiti" per quanto le tentazioni "legaliste"
in tal senso abbiano rischiato a più riprese di prendere la mano ai
nuovi legislatori comunitari, trasformando la definizione importante
di una cittadinanza culturale nella lista inerte di una serie di requisiti
di appartenenza burocratica ad un dato insieme definito essenzialmente
su base giuridico-territoriale. (Zolo, 1995).
E' indubbio che una quota rilevante di questa appartenenza
culturale alla comune casa europea si connetta ai tragici eventi della
prima metà del secolo scorso in cui gli orrori del nazismo e il genocidio,
i totalitarismi e il conseguente clima di tensione da "guerra fredda"
costituiscono oggi una sorta di monito a ciò che questa Comunità non
deve mai più essere e mai più concorrere a compier, per quanto si
sia dovuti giungere al 1989 - e al decennio di conflitti nell'Est
europeo che ne è scaturito - perché tutti gli "individui-Stati" concordassero
sulla opportunità di un tale smantellamento. Tuttavia "rigurgiti"
neorazzisti, invocazioni totalitaristiche e tentazioni massimaliste
provengono - come si è già accennato - da più parti dell'Europa già
unita, senza considerare il "laboratorio in pezzi dell'Europa che
ancora non c'è" - mi si passi la perifrasi forse troppo poetica per
una realtà così amara quale quella cui si fa riferimento - rappresentato
dall'area balcanica, troppo facilmente ed eufemisticamente liquidata
tra gli altri "stati terzi" in attesa di entrare formalmente a far
parte della stessa Comunità.
Il discorso sulla conflittualità latente o reale contenuta nelle stesse
strutture istituzionali della nazione può dunque qui andare di pari
passo con quello sulla violenza di matrice etnica e le retoriche di
rivendicazione identitaria in corso da decenni anche in aree geografiche
da più tempo caratterizzate da modelli federali e liberali di organizzazione
socio-politica. Si tratta di nuovo dell'articolazione, da più parti
analizzata, tra egemonia della politica centralizzata e subalternità
delle minoranze che sta alla base delle istituzioni basate sul territorio,
come gli imperi coloniali e le stesse nazioni. Ciò fa sì che il discorso
attuale sulla cittadinanza europea debba prendere sempre più considerazione
le recenti acquisizioni del dibattito postcoloniale (Bhabha, 1999;
Barker-Hulme-Iversen, 1994), la ridefinizione delle nozioni di razza
ed etnia (.), nonché il discorso estremamente innovativo sulle "comunità
inventate" (Anderson, 1995). E' così soltanto che la stessa categoria
di cittadinanza può essere ristrutturata e rivista alla luce di diversi
piani dell'analisi: dinamico, contestuale, retorico. Analizzare "da
chi" e "per chi" i discorsi sulla cittadinanza vengano prodotti e
attraverso quali meccanismi retorici essi vengano fatti circolare
e si radichino nella coscienza comune delle popolazioni residenti
e migranti in un dato territorio significa incrinare l'idea che "essere
cittadini" sia un dato acquisito una volta per tutte per causa di
nascita, di sangue, di residenza acquisita o per maturazione intellettuale
e sociale all'interno di un dato contesto. Scomporre le modalità di
costruzione e trasmissione del senso di appartenenza ad una data comunità
significa comprendere sia il contenuto intrinseco (insieme di diritti
e doveri, pratiche diffuse di partecipazione politica e di delega,
adesione a modelli culturali diffusi in una dato ambito territoriale)
sia le narrative attivate da ciascuno degli individui-cittadini per
giustificare la propria adesione o negarla e contestarla. L'accento
quindi dell'analisi dei processi di costruzione della cittadinanza
culturale anche in Europa deve passare per la chiave antropologica
di lettura dei processi politici di partecipazione e identificazione
comunitaria e trovare uno dei suoi punti cardine nell'osservazione
delle politiche e delle strategie formative delle nuove generazioni
e dunque sui contesti educativi e scolastici in cui tale appartenenza
o la sua contestazione vengono a sedimentarsi nei cittadini in divenire.
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