Il
federalismo tra prassi e teoria
Negli ultimi anni ne è passata di acqua sotto quei ponti
che potremmo chiamare "progetti federalisti pensati per l'Italia".
Si pensi alla Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema
e all'elezione dei Presidenti delle Regioni nella primavera del 2000,
per non parlare del ritorno della Lega di Bossi al governo del Paese,
con tutto ciò che ne consegue in termini di allarme sul pericolo secessionistico,
vero obiettivo, secondo molti, del federalismo leghista.
Crediamo sia bene coltivare una giusta, misurata dose
di sospetto di fronte alla ventata federalista che soffia da tutte
le latitudini del mondo politico. Il successo della Lega, risalente
a una decina di anni fa, ha innescato tra i partiti una rincorsa a
mostrare chi, a parole, era ed è più federalista, ovvero chi lo era
e lo è autenticamente e nel modo più consono all'Italia.
Fatto sta che, dopo un primo tentativo di fare come
lo struzzo e metter la testa sotto la sabbia, si è dovuto prendere
atto che qualcosa stava avvenendo anche in Italia e che questo qualcosa
non era affatto un'anomalia italiana. Tale presa d'atto è conquista
ancor più recente, peraltro parziale e contestata. Lo sviluppo delle
politiche comunitarie, con tutta la forza del loro impatto sulle politiche
nazionali, i processi di devolution in corso nel Regno Unito,
il ruolo centrale giocato dall'autonomismo catalano nel governo spagnolo
di Aznar hanno certamente contribuito a una tale consapevolezza. Ci
si rende sempre più conto, cioè, che la messa in discussione degli
assetti statuali unitari e centralistici è fenomeno crescente e generalizzato
un po' in tutta Europa, e non solo. Qualcuno potrebbe obiettare che
dietro questa ventata di federalismo si nascondano interessi meramente
economici, per cui le istanze localistiche esprimerebbero ideologie
e si richiamerebbero a entità etnico-linguistiche e culturali fittizie,
deboli ed effimere. Insomma, un effetto non voluto della globalizzazione,
per cui, come disse una volta Régis Debray, "se gli oggetti si globalizzano,
i soggetti si tribalizzano".
Si
può rispondere con le parole di Angelo Maria Petroni, il quale di
recente ha scritto che "se è vero - come crediamo sia - che la richiesta
federalistica nasca da ragioni di tipo economico, ciò non implica
che le identità culturali di tipo localistico, una volta emerse, non
vivano di vita propria". Questo perché, "le ideologie, anche quando
dipendono da forme che non hanno un fondamento oggettivo, hanno una
notevole capacità di automantenersi" [1] . In altri termini, l'esigenza
è reale e produce istanze di rappresentanza di nuovo e diverso tipo.
Di questo, e solo di questo, occorre tener conto, specie in sede politica.
La
teoria politica, dal canto suo, non può ignorare i processi materiali
in atto. Non può pertanto trascurare quel che sta accadendo in molte
parti del Vecchio Continente, specie là dove si è assistito a veri
e propri crolli di regime. I Paesi dell'Europa orientale, reduci da
lunghe esperienze di Stati fortemente centralistici e delimitati territorialmente
in modo ferreo, mostrano una tendenza molto forte a configurare assetti
politico-istituzionali inediti. Come ci invita a notare Alessandro
Vitale, studioso esperto di quelle aree, l'est Europa è un vero e
proprio laboratorio dove si sta sperimentando "un diverso sistema
di regole di convivenza", ancora vago ma dai chiari e forti connotati
federalistici [2]
. Certo è che lo sviluppo irrefrenabile delle nuove tecnologie
e la connessa trasformazione del mondo economico e finanziario comportano
per la politologia e la scienza giuridica un radicale ripensamento
delle modalità di convivenza sociale e politica. Per esempio, si dovrà
presto dar conto di come le frontiere, anzitutto nell'Est, "tornano
oggi a diventare (per necessità) luoghi di incontro e di scambio,
"zone di comunicazione", di passaggio dei costumi, delle relazioni
economiche e di fenomeni transnazionali di portata ingente, che contrastano
con la logica rigidamente divisoria del confine, intesa come barriera
o ostacolo alla circolazione di beni, capitali, persone"
[3] .
Dunque, la teoria politica è chiamata a rispondere al
seguente quesito: qual è il modello di federalismo che meglio si adatta
alla storia politico-istituzionale e alla realtà socio-economica della
penisola?
Prima
di rispondere ad una simile domanda, occorrerebbe affrontarne un'altra
che chiede di stabilire se il federalismo sia davvero la soluzione
per la crisi politica che stiamo attraversando. È proprio per tentare
di dare una prima, parziale risposta che presentiamo le tesi di due
illustri studiosi, Gianfranco Miglio ed Augusto Barbera, esposte in
un volume di qualche anno fa, intitolato Federalismo e secessione
[4] . Visto il contenuto del libro, la data di pubblicazione
(1997) non deve preoccupare circa l'attualità di quanto viene fuori
dal dialogo, vivace e fecondo, che si sviluppa tra i due. Inoltre,
la loro esperienza politica e partitica (Miglio nella Lega, Barbera
nel PCI e poi nel PDS) è garanzia di "realismo" nelle analisi svolte
e nelle proposte avanzate. Analisi e proposte che si dividono tra
neo-federalismo e neo-regionalismo.
È
probabile che il federalismo in Italia risentirà, e non poco, della
svolta istituzionale rappresentata dalla legge costituzionale che
ha introdotto l'elezione diretta dei presidenti delle Regioni, conferendo
ai Consigli regionali alcune prerogative di rilievo, tra cui la possibilità
di approvare nuovi Statuti. Insomma, esiste ormai la possibilità concreta
di dare solida forma istituzionale all'autonomia locale. A tal proposito
Miglio si è di recente mostrato privo di dubbi: "la riforma che ha
portato all'elezione diretta dei "governatori" nelle diverse regioni
italiane ha una carica rivoluzionaria molto maggiore di quanto si
immagini". Una carica rivoluzionaria che esploderà proprio "dalla
redazione e dalla successiva applicazione degli Statuti regionali
(che non potranno essere omogenei)". Da qui "contrasti crescenti con
l'amministrazione centrale dello stato", cosicché "nella nuova legislatura
le Regioni saranno il vero motore del cambiamento istituzionale"
[5] . Così Miglio.
Aspettando di vedere fin dove si spingeranno i "governatori"
regionali e di verificare cosa può significare il ritorno di Bossi
e della Lega al governo, la lettura di Federalismo e secessione
offre ampia materia di riflessione e strumenti per capire qualcosa
in più su un tema di cui troppo si blatera, di cui poco si sa e di
cui tanto, invece, dovremo sempre più sapere.
Perciò,
senza alcuna presunzione di originalità, proviamo piuttosto a fare
un po' di chiarezza, anzitutto terminologica. In questo siamo confortati
da Barbera, il quale ritiene necessario che, prima di tutto, ci si
intenda bene sul significato del termine "federalismo", "così abusato
da rischiare di consumarsi politicamente prima di qualunque riforma
costituzionale" [6] . Al che Miglio aggiunge,
sfoderando tutto il suo realismo intriso di umori apocalittici: "Il
fatto che esista una Babele di linguaggi intorno ai concetti fondamentali
nel vocabolario politico moderno, è probabilmente indice che tutta
questa modernità è in grande crisi. Quando il linguaggio, che è il
nostro maggiore tiranno politico, diventa confuso è segno che la realtà
che era solito descrivere è in crisi" [7] . Basti pensare che sono state
individuate quasi 500 definizioni per classificare i diversi federalismi
in circolazione!
Se
ci avventurassimo nella dottrina costituzionalistica con il buon proposito
di far chiarezza, finiremmo in una giungla da cui non usciremmo vivi.
C'è infatti chi non ritiene valida, sotto il profilo qualitativo,
la distinzione, di cui si sente molto parlare, fra Stato federale
e Stato regionale. La diversità sarebbe solo di tipo quantitativo,
relativa al volume di funzioni e di ambiti di competenza riservati
agli enti territoriali [8] .
C'è
chi ritiene invece che federalismo voglia dire dividersi per poi,
eventualmente, riunirsi in modi diversi, e chi ritiene che federarsi
voglia dire unirsi meglio, con maggiore rispetto delle autonomie degli
ordinamenti territoriali minori. C'è poi chi distingue tra federazione
e confederazione, e chi no
[9] . Limitiamoci, pertanto, a capire quale sia l'idea
di "federalismo" che anima i due interlocutori. Una sorta di perlustrazione
aerea della giungla.
Il
neo-regionalismo federalista di Barbera
Barbera ritiene che per federalismo si debba intendere
una dottrina politica incentrata su due richieste: governo limitato
e auto-governo. A suo avviso, il decentramento, ampio e capillare,
di funzioni e competenze dallo Stato centrale alle regioni, dovrebbe
risultare una ricetta idonea a risanare il sistema politico italiano.
A patto, beninteso, di modificare contemporaneamente e coerentemente
le stesse strutture centrali dello Stato. Innanzitutto, il Senato
dovrebbe diventare la Camera delle Regioni.
In
questo senso, il modello che egli propone è quello di uno "Stato regionale
ispirato a principi federalisti" [10] . Va precisato che, là dove parla di "regioni",
Barbera intende delle entità territoriali che siano più adeguate alle
caratteristiche storico-culturali della penisola italiana. Queste
potranno così coincidere con le attuali Regioni, ma in non pochi casi
potrebbero essere oggetto di accorpamenti come di scomposizioni e
riaggregazioni. Tanto per fare un esempio, è probabile che nella Campania
esistano tre regioni, omogenee sotto il profilo geografico, viario
e socio-economico: la città-regione Napoli-Caserta; l'Irpinia e il
Sannio, che, osserva Barbera, sembra più legato al Molise.
A
suo avviso, i fenomeni di globalizzazione e di ristrutturazione dell'economia
mondiale assegnerebbero una nuova centralità alle Regioni, cioè ad
entità istituzionali e territoriali intermedie. La crisi del "fordismo"
comporta la fine di un modello di produzione incentrato sulla grande
impresa di dimensioni nazionali. Oggi si va affermando una specie
di sistema economico duale, che opera su due livelli. Da un lato,
abbiamo l'impresa multinazionale che travalica i confini nazionali
e "delocalizza" le proprie attività, mantenendo il controllo del capitale
finanziario solitamente in Occidente ma investendolo in tutto il mondo.
Dall'altro, si afferma con sempre più forza il modello dell'impresa
reticolare, di cui i distretti italiani sono un valido esempio. Questo
secondo tipo di modello, in cui l'Italia può appunto vantare successi,
richiede un livello di governo del territorio che non sia quello nazionale
ma neppure quello localistico, insomma "né centralizzato, né frammentato"
[11] .
Barbera
è convinto che "per questo tipo di sistema d'impresa a rete, è necessario
costruire forti governi regionali, perché la concorrenza tende ad
essere non più solo fra le imprese, ma tra i sistemi regionali che
forniscono il sostegno alle imprese sul territorio"
[12] . Peraltro, si tratta di una necessità che è legata
alle normative comunitarie, le quali mostrano una tendenza a privilegiare
i livelli intermedi di governo (Regioni, Länder, Comunità autonome,
ecc.), divenuti così protagonisti politici che spesso affiancano i
governi nazionali a Bruxelles.
Quest'ultimo
è un dato non sempre considerato da chi affronta i problemi legati
al processo di integrazione europea. Potrebbe essere decisivo comprenderne
la futura evoluzione e capire, quindi, se si andrà verso forme di
"federalismo cooperativo" oppure assisteremo ad uno scontro con le
opposte tendenze centralistiche, che ancora ispirano non pochi eurocrati.
Un battaglia da giocare dentro l'Unione e per l'Unione
dell'Europa.
Il
federalismo libertario e liberista di Miglio
Miglio coltiva invece un'idea alternativa di "federalismo".
Non solo alternativa a quella di Barbera, come era facile intuire,
ma anche alla maggior parte delle teorie federaliste correnti. Queste
infatti condividono, sia pure in misura diversa, l'idea che, specie
per l'Italia, federalizzare significhi articolare la sovranità a vari
livelli politico-amministrativi, mantenendo ferma la struttura unitaria
dello Stato nazionale. Con un processo che dall'alto e dal centro
proceda verso il basso e la periferia. Insomma, dietro le formule
nuove si nasconderebbe una mera logica di decentramento o di una ancor
più blanda "deconcentrazione" di funzioni e competenze.
Limitarsi
ad un'operazione del genere vuol dire truccare le carte. Nella migliore
delle ipotesi, significa assecondare un processo già in atto da tempo
e che vede lo Stato nazionale, centralista e monolitico, deperire
lentamente a causa dei fenomeni ben noti e già menzionati della globalizzazione
delle comunicazioni e della finanziarizzazione dell'economia. Insomma,
molti dei novizi del federalismo nostrano non fanno altro che sostenere
un "federalismo per abbandono". Si tratta cioè, come scrive Franco
Pizzetti, di "un sempre più accentuato trasferimento di funzioni e
compiti alle regioni e al sistema delle autonomie locali come modo
per ridurre la spesa pubblica statale e per spostare dal centro alle
periferie la responsabilità della risposta a domande sociali che,
in periodo di difficoltà per la spesa pubblica, richiedono sempre
più la capacità di garantire efficienza ed equità nella ridefinizione
delle prestazioni"
[13] .
Dal canto suo, Miglio ritiene che lo Stato moderno,
fondato sui tre pilastri del territorio, del popolo e del potere,
è oramai come una casa senza fondamenta. Non può che venir giù, a
meno che non lo si ricostruisca praticamente ab imis, da capo
a piedi. O meglio: dai piedi, che sono costituiti da quelle comunità
intermedie tra cittadino e Stato e che egli ama chiamare Cantoni,
ispirandosi all'esperienza costituzionale svizzera.
Proposte
per l'Italia: una o trina?
Il punto di divergenza fra i due interlocutori è massimo
quando si tratta di applicare la propria idea di federalismo all'Italia.
Barbera si dice favorevole a forme di consorzio tra regioni, che possono
pure essere chiamate Cantoni, a patto che non vengano investite di
sovranità originaria. Per questo motivo non si può parlare di "Stato
federale" in senso proprio, quanto di una forte articolazione regionale
delle strutture politico-amministrative. Si dice pure d'accordo con
Miglio nel sopprimere le Province, enti inutili e costosi da trasformare
in Federazioni di Comuni, come previsto dallo Statuto siciliano e
mai attuato. Resta fermo il fatto che i soggetti della Federazione
devono restare le comunità regionali, entità chiaramente individuate
da una storia e tradizioni culturali condivise.
Miglio
invece ritiene che le entità territoriali di base del nuovo assetto
federale italiano vadano individuate sulla base degli interessi.
Chi condivide interessi socio-economici comuni ha il diritto di unirsi,
rispettando tanto la volontà soggettiva dei cittadini quanto l'oggettiva
omogeneità del territorio sotto il profilo delle risorse e delle "vocazioni"
economico-produttive. Così, a suo avviso, si deve constatare che l'Italia
non è una nazione, essendo "formata da un'accozzaglia di popolazioni
che non hanno nulla in comune, neanche la lingua effettivamente parlata"
[14] .
Ecco
così la ricetta del politologo lombardo: tre grandi Cantoni tali da
delimitare gruppi di interessi chiari e distinti, corrispondenti al
Nord, al Centro e al Sud della penisola italiana. A chi obiettasse
che la Padania non esiste, come fa Barbera, Miglio risponde che, in
fondo in fondo, le "nazioni" non esistono in natura, ciò che conta
sono gli interessi, quelli oggettivi e ancor più quelli soggettivi.
Una volontà politica, organizzata e fondata sul consenso dei cittadini
direttamente interessati, può creare una "nazione" di nuovo conio.
In tal senso, la Padania trova una propria realtà, una propria sostanza,
in due percezioni diffuse tra la popolazione dell'Italia settentrionale,
e che Miglio descrive nei termini seguenti: "la prima è quella di
far parte della terra più ricca e laboriosa d'Europa e la seconda
è quella di essere gli "schiavi fiscali" di altre popolazioni"
[15] . Che tali percezioni siano corrette o meno conta
poco, l'importante è l'azione mobilitante che esercitano su soggetti
individuali e collettivi, la capacità di "far crescere un senso di
appartenenza di tipo identitario"
[16] . Questo perché l'identità "non è solo etno-linguistica,
ma è fatta anche di stili di vita, condizioni socio-economiche, percezioni
politiche" [17]
.
A
questa acuta osservazione di Miglio, si può rispondere che ogni identità
necessita di un lungo tempo di maturazione, che segue un altrettanto
lunga fase di gestazione. L'impressione è che la Padania non abbia
ancora concluso questa fase preliminare. Come ricorda anche Barbera,
l'identità "deve sedimentarsi nella storia, ha bisogno di memorie
collettive, di ricordi e esperienze comuni"
[18] . Comunque la si veda, possiamo dire che i centocinquant'anni
di unità nazionale sono un bagaglio non facile da scaricare anche
per il più acceso anti-italiano.
A
ciò bisogna aggiungere che il rapporto tra Stato e nazione è di influenza
reciproca. Non è un caso che si parli di "Stato nazionale moderno".
Nell'aggettivo "moderno" è senz'altro contenuta tutta la carica ideologica
che ha sostenuto in Europa il processo di unificazione di popolazioni
non sempre omogenee e concordi. Però, quel surplus di ideologia e
mitografia di cui la politica (lo Stato) si è avvalso ha retto nel
tempo solo là dove vi erano tradizioni e costumi comuni (la nazione).
Si dirà che anche le tradizioni si possono "inventare" e che di fatto
sono state inventate, ma sono le guerre che, nel bene e nel male,
forgiano le identità dei popoli, assai più delle idee. Il suggestivo
film Braveheart, rievocando un passato remotissimo, non potrà
fare per la coscienza nazionale della Scozia quello che l'"Insurrezione
di Pasqua" del 1916 o la "Domenica di sangue" del 1972 hanno fatto
per l'autoidentificazione nazionale dell'Irlanda.
Un
caso a sé: ancora su Miglio
La
teoria migliana del federalismo merita qualche riflessione in più,
se è vero quel che dice Barbera al vecchio politologo: "Il tuo modello
non ha precedenti in altri Stati federali" [19] . Miglio dichiara che il suo federalismo non nasce
da un'opzione ideologica, da una sorta di partito preso. Vuole essere
piuttosto la risposta "tecnica" alla "semplice constatazione che il
centralismo, in Italia, ha giocato tutte le proprie carte e ha perso
la partita". Nient'altro che la risposta politico-istituzionale più
adatta alle "necessità "governamentali" dei nostri tempi"
[20] .
Dalle
proposte viene fuori il pensiero politico di Miglio che, come osserva
Barbera, è una suggestiva miscela di cultura cattolica (il recupero
del ruolo delle società intermedie) e di liberalismo della "scuola
austriaca" (Mises e Hayek, per intenderci); miscela che condivide
pure qualcosa con l'anarchismo, vale a dire l'insofferenza verso ogni
forma di autorità statuale. Quel tipo di cultura liberale, scrive
ancora Barbera, "che reputa lo Stato un tiranno di cui meno c'è, meglio
è" [21] . Diremo di più: a Miglio non mancano motivi per
schierarsi sul fronte, sia pure composito, degli anarco-capitalisti
[22] .
A
suo avviso, infatti, l'evoluzione dell'economia industriale degli
ultimi decenni conferma che solo l'individuo lasciato libero di operare
su un mercato altrettanto libero può trovare soddisfacimento pieno
ai propri bisogni. Lo Stato è, quasi sempre, un intralcio. La stessa
ragion d'essere del moderno Stato-nazione, che Max Weber codificava
nella formula del "monopolio della forza fisica legittima" [23] , è venuta meno da quando l'extrema
ratio bellica, l'impiego dell'arma di ultima istanza che solo
uno Stato può possedere, coincide con la probabile distruzione di
entrambi i contendenti. Ammesso e non concesso che la bomba atomica
sia davvero neutralizzata e fuori dall'orizzonte dell'uomo del XXI
secolo (Pakistan, India e organizzazioni criminali internazionali
non lasciano tranquilli al riguardo), è certo che globalizzazione
finanziaria e tecnologia informatica e satellitare scavalcano ormai
da tempo i confini dei vecchi Stati e ne sorvolano governi lenti e
macchinosi.
Ma,
al di là del realismo conclamato, c'è in Miglio una precisa ideologia.
Si tratta, per certi versi, di un radicale individualismo libertario,
sofferente anche della semplice presenza di uno Stato ridotto ai minimi
termini. Lo "Stato sociale" è spesso sorto per volontà dei parassiti,
ceti che non hanno contribuito a creare la ricchezza della comunità
di appartenenza e che cercano di "vivere alle spalle degli altri",
mediante "giustificazioni ex post di tipo ideologico e religioso" [24] . L'idea di "società giusta",
che tende ad eguagliare i redditi di chi produce quantità diverse,
è una di queste giustificazioni strumentali e funzionali ai parassiti
e ai furbi. Questi ultimi non sono altro che i governanti, i quali
sulle politiche di redistribuzione hanno costruito lunghe permanenze
sugli scranni del potere nazionale.
Un
conto sono la filantropia e la carità cristiana, un conto la "carità
coatta" che si realizza con la tassazione [25] . Le prime sono forme di generosità che nascono
dalla libera volontà dei singoli, la seconda è, né più né meno, una
forma di "espropriazione proletaria"
[26] . Il centralismo statale e nazionale è, infine, il
presupposto ideologico ed istituzionale della politica che oggi viene
praticata e imposta tanto da Roma quanto da Bruxelles. Questo sostiene,
per convinzione come per amor di provocazione, Gianfranco Miglio.
L'aspetto
libertarian non esaurisce però l'ideologia del politologo lombardo,
il quale si mostra pure sensibile al problema della carità verso i
più deboli. Caritas è termine gradito a Miglio, in quanto "vuol
dire andare a cercare chi ha bisogno di essere aiutato" [27] . L'importante è scovare i veri
bisognosi, che sono sempre singoli soggetti e mai categorie. Questo
è, perciò, il vantaggio offerto dalle unità territoriali più piccole,
quelle comunità intermedie, omogenee sotto il profilo economico e
culturale, il cui ruolo il principio di sussidiarietà intende valorizzare.
Miglio crede che uno Stato possa continuare ad essere
"sociale", veramente "sociale", solo nella misura in cui, diventando
federale, assume dimensioni ridotte e un'amministrazione a diretto
contatto con i cittadini. Barbera, invece, pensa che ogni Stato davvero
"sociale" non possa che aumentare i poteri centrali del governo federale,
così che il federalismo si attenua, pur non scomparendo. Gli Usa degli
anni Trenta e la Germania degli anni più recenti stanno lì a dimostrarlo.
Federalismo
e Stato sociale
Veniamo
così ad un punto assai delicato del dibattito sul federalismo. In
Italia come altrove, e forse più che altrove, il riassetto politico
e territoriale delle strutture statuali deve tener presente quanto
di Welfare State c'è in queste strutture. Lo Stato sociale
vive una crisi ben nota. È un istituto non più in grado di assolvere
in modo soddisfacente i compiti per i quali era stato creato. Secondo
Barbera, ciò è dovuto soprattutto al recente mutamento subìto dai
quattro presupposti sui quali si reggeva: "le aspettative di uno sviluppo
illimitato; il modello di produzione "fordista" [...]; la incisiva
presenza di partiti dei lavoratori e dei movimenti cattolici; la cornice
offerta dallo Stato nazionale" [28] .
Al
mutare di questi presupposti si aggiunge la "crisi fiscale", che ha
ulteriormente sovraccaricato i governi di domande sociali e di proteste
a cui è sempre più difficile rispondere tempestivamente e adeguatamente.
Soprattutto l'unicità e l'universalità di un intervento risanatore
o riformatore dall'alto non sa cogliere la frammentazione e la particolarità
dei mille interessi corporativi di una società "post-industriale".
Barbera ritiene che si possa e si debba salvare la logica solidaristica
alla base delle politiche di Welfare, e ci sono tre diritti
sociali, a suo avviso fondamentali, che "devono essere garantiti dallo
Stato centrale: il diritto alla salute, il diritto all'istruzione,
il diritto alla previdenza"
[29] . Proprio in questa forma di tutela, ad un tempo giuridica
ed economica, trova ancora significato la persistenza di una struttura
statuale unitaria e centrale, anche se non centralizzatrice..
Niente
di più irritante per le orecchie di Miglio, il quale ritiene che il
lessico di Barbera, come di ogni altro fautore pur critico dello Stato
sociale, sia infarcito di concetti "un po' fumosi" [30] : coesione sociale, bene comune, unità nazionale.
Il punto di partenza deve essere sempre l'individuo nella propria
comunità di appartenenza, quella comunità di cui l'individuo si sente
veramente parte nella misura in cui ne condivide interessi e fini.
Tanto più piccola è la comunità tanto più è probabile che si sviluppi
tra i suoi membri uno spirito di "milizia", cioè la disponibilità
a "prestazioni che si fanno senza guadagnare un soldo" [31] .
Così
il politologo che bolla come teoria organicistica anche il neo-riformismo
socialdemocratico di Barbera pare fautore di una forma di "libertarismo
civico", con qualche timida inclinazione comunitarista. Come lui stesso
ammette, è un anarchico ancor troppo autoritario: "Mi iscrivo senz'altro
alla corrente degli anarco-autoritaristi"
[32] . Il realismo migliano non sta solo nell'approccio
allo studio delle cose, ma nella convinzione che il giusto risieda
nell'ascolto di ciò che proviene dalle "viscere" del cittadino, oltreché
dal suo "cuore". Bisogna rispettare le diversità, di diritto
e di fatto, che da questo ascolto emergono.
Le
differenze sono pure quelle tra produttori e consumatori di tasse,
differenze occultate dall'ombra livellatrice dello Stato sociale.
Una Costituzione federale trova in questo rispetto delle differenze
la propria ragion d'essere, e perché essa abbia pieno successo è pure
necessario che l'intera società sappia "sviluppare una vera vocazione
per la concorrenza: dalla competitività fra Municipi e Cantoni,
tra di loro e rispettivamente fra questi organi e gli altri della
Federazione" [33] . Ultima conseguenza
di questo ragionamento è che il federalismo più genuino è quello che
si fonda su una economia di libero mercato, e che "non tollera
nessuna forma di pianificazione sociale o economica" [34] .
Ecco che la matrice libertarian (liberista e
anarco-individualista) del federalismo di Miglio si dispiega in tutta
la sua schiettezza e radicalità. Una schiettezza e una radicalità
che pongono interrogativi a chi maneggia con troppa disinvoltura i
concetti di pluralismo e di differenzialismo in un contesto
di società fortemente laicizzate e rese disincantate da mentalità
di tipo utilitaristico. Miglio può essere tacciato di estremismo,
ma può pure essere giudicato coerente e aderente ai dettati di un
pensiero che pone al primo posto libertà individuale e proprietà privata.
E di questo gli va dato atto. Anche perché è il contrattualismo, cui
Miglio si richiama in modo così rigoroso da risultare rigido, che
meglio di altre teorie e pratiche politiche sa coniugare libertà e
socialità.
Se la cultura dominante è all'insegna del particulare,
forse ha ragione Miglio: il vero autentico slancio solidaristico,
se non addirittura lo spirito comunitario, lo si troverà e fonderà
solo e soltanto partendo dal singolo, dalle sue viscere e dal suo
cuore. Un'alternativa c'è: contrapporre una cultura ispirata a valori
diversi, all'insegna del civismo. L'interrogativo, però, resta
e ci si chiede se non siamo vittime di un utopismo antropologico.
Miglio e la tradizione del realismo beffardi ci sfidano.
Tornando
al libro, un'ultima, curiosa osservazione. In conclusione di questo
dialogo il curatore (anonimo) del libro chiede ai due interlocutori
"quante possibilità abbia la prossima Commissione bicamerale di riformare
questa Costituzione". Siamo all'inizio del 1997 e Miglio risponde
secco: "Quasi nessuna"; Barbera, invece: "Il viottolo è stretto, ma
non si può fallire per la terza volta in dieci anni"
[35] . La storia, che è poi il passato appena alle nostre
spalle, conferma che in Italia ha gioco più facile il pessimismo della
ragione che non l'ottimismo della volontà.
[1] Angelo M. Petroni, Le ragioni di una scelta, in
"Ideazione", n. 3, maggio-giugno 2001, pp. 80-81.
[2] Alessandro Vitale, Il futuro è a Oriente, in
"Ideazione", n. 2, marzo-aprile 2001, p. 123.
[4] Gianfranco Miglio, Augusto Barbera, Federalismo
e secessione. Un dialogo, Milano, Mondadori, 1997.
[5] Gianfranco Miglio, Oltre lo Stato-nazione: l'Europa
delle città, in "Ideazione", n. 2, marzo-aprile 2001, p. 103.
[6] G. Miglio, A. Barbera, Federalismo e secessione,
cit., p. 16.
[8] Vedi Giuseppe de Vergottini, "Federazione", in Enciclopedia
delle Scienze Sociali, vol. IV, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana, 1994, pp. 52-53.
[9] Vedi Lucio Levi, "Federalismo", in Enciclopedia
delle scienze sociali, cit., pp. 32-43.
[10] G. Miglio, A. Barbera, op. cit., p. 92.
[13] Franco Pizzetti, Brevi spunti di riflessione sull'esperienza
di un trentennio di regionalismo, in AA. VV., Regionalismo,
Federalismo, Welfare State, a cura di Antonio Ferrara e Vincenzo
Visco Comandini, Milano, Giuffrè, 1997, p. 260.
[14] G. Miglio, A. Barbera, op. cit., p. 168.
[22] Sulla distinzione tra i "sostenitori dello Stato
minimo" e i più radicali "anarco-capitalisti" all'interno della corrente
libertarian del liberalismo statunitense, vedi Alain de Benoist,
I comunitaristi americani, in "Trasgressioni", n. 19, maggio-dicembre
1994, pp. 3-29 (in part., p. 26, nota 21). Per una diversa valutazione
del libertarianism, cfr. Raimondo Cubeddu, Atlante del liberalismo,
Roma, Ideazione, 1997 (in part., cap. III). Nel panorama editoriale
italiano esiste pure una "rivista libertaria", che risente molto delle
suggestioni d'oltreoceano: il trimestrale "Enclave" edito da Leonardo
Facco.
[23] M. Weber, La politica come professione, in
Id., Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi,
1948, p. 48. Il corsivo è nel testo.
[24] G. Miglio, A. Barbera, op. cit., p. 34.