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L'EREDITÀ DI GIANFRANCO MIGLIO
di Alessandro Vitale
(ricercatore presso l'Istituto di Studi Politici Internazionali, Milano)
Cercare di delineare in poche righe l'eredità
di Gianfranco Miglio, descrivere tutto quello che ha lasciato è
pressoché impossibile. I campi di studio che ha esplorato,
gli orizzonti che ha raggiunto, le generazioni di studenti che ha
guidato nel cammino di studio e di scoperta, l'esempio luminoso (lasciato
soprattutto a coloro che per tanti anni hanno lavorato al suo fianco)
di estremo rigore e serietà, di dedizione alla propria professione
di studioso, intesa primariamente come dovere verso gli altri, l'esempio
di coerenza e di assoluta onestà, di immensa dignità
di uomo libero che ha impersonato, hanno dello sconfinato. Ogni singolo
periodo della sua esperienza umana, scientifica, di azione per tentare
di incidere sulla scena politica e istituzionale, richiederebbe interi
volumi di analisi e di approfondimento.
È inoltre difficile inquadrare una personalità tanto
poliedrica, sia nel campo della sua esistenza personale (carattere,
interessi, esplorazioni, rapporti umani e professionali), che in quello
scientifico: essa infatti, come è stato più volte rilevato,
sfugge a tutte le più facili classificazioni. A chi lo ha conosciuto
da vicino e per anni ha lavorato al suo fianco, cercando di cogliere
l'unitarietà della sua figura e del suo lavoro, è accaduto
spesso di vedere questi ultimi sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi
in prismi diversi e numerosi, in mille facce differenti di un unico,
luminoso e prezioso cristallo, ogni faccia del quale era diversa dalle
altre, una più interessante dell'altra, tanto ricca è
stata la sua vita e di straordinaria vastità tutto quello che
ha studiato, ha rappresentato e ha compiuto.
Gianfranco Miglio è stato uno dei maggiori scienziati della
politica e costituzionalisti che questo Paese abbia avuto. Il suo
lungo percorso scientifico però rimane ancora inesplorato,
una strada non ancora battuta, disseminata di ricerche, di scritti,
lezioni universitarie, interventi, folgoranti messe a punto e precisazioni,
scritte di suo pugno o risultanti da innumerevoli articoli e interviste
che spesso sono più importanti, per la loro portata e per il
rovesciamento di abitudini mentali o di interi castelli concettuali
e teorici senza fondamenta ma dati per scontati, di quanto non siano
alcune parti delle sue più antiche ricerche. Un prodotto, tutto
questo, della sua passione per la ricerca della verità, per
il dubbio metodico e per l'inquietudine intellettuale quali fonti
e stimoli permanenti di continua scoperta.
L'opera di Gianfranco Miglio è una miniera inesauribile di
conoscenza sulla politica e sulle sue invarianti, sullo Stato moderno,
sulla sua ideologia e sulla sua realtà; è una fonte
copiosa di intuizioni illuminanti in campi molto eterogenei, spesso
non sviluppate fino alle loro estreme conseguenze e lasciate in sospeso
in vista di uno studio approfondito e documentato successivo, ma che
aprono la vista su sterminati orizzonti ancora da raggiungere. Nonostante
la relativa esiguità numerica dei volumi che portano il suo
nome (poiché a Miglio, nutrito da una ferrea onestà
intellettuale, non piaceva scrivere fino a che non fosse riuscito
a raccogliere una quantità sterminata di dati storico-sperimentali
difficilmente confutabili per supportare le sue ipotesi di ricerca),
la ricchezza sterminata del suo inesausto lavoro nel campo della ricerca
sulla politica e sui suoi meccanismi, affiora in tutta la sua limpidezza
primariamente da una lettura fra le righe, dagli spazi bianchi, da
tutte quelle cose lasciate intuire e intravedere a chi ne sviluppi
le conseguenze logiche e il lavoro di conferma empirica, che immancabilmente
porta anche il più scettico a dover constatare la verità
e l'effettiva manifestazione nella realtà nei fatti di quanto
si ritrova descritto o previsto nella sua frammentaria ma illuminante
opera. Non è un caso se le sue ricerche più brevi e
più concise, i suoi interventi a convegni scientifici di periodo
diversi si rivelino ancora oggi i più folgoranti e innovativi,
quelli che riescono a penetrare più a fondo nel nucleo di un
problema scientifico. Come se lo sguardo dello studioso fosse stato
dotato di una capacità quasi inspiegabile, se non con i lunghi
anni di studio nei campi più disparati e diversi e un'intelligenza
acutissima capace di operare difficili collegamenti e scoperte, di
vedere dietro i paraventi, spesso compatti e impenetrabili, dei quali
la realtà della politica si serve per dissimularsi.
L'opera scientifica di Miglio non può comunque essere descritta
con una scelta di temi perché, data la sua vastità,
una selezione risulta sempre arbitraria, in quanto tralascia inevitabilmente
argomenti cruciali, tutti reciprocamente interrelati. Si può
però cercare di individuarne l'intima coerenza interna, esplorando
alcuni filoni di ricerca da lui affrontati.
Gianfranco Miglio è un gigante del realismo politico a livello
internazionale ed è, come è stato da tempo rilevato,
"l'ultimo classico" della politologia italiana ed europea.
Si è già discusso di questa caratteristica, qualche
volta basandosi su luoghi comuni. Tuttavia la "classicità"
risiede effettivamente in molti aspetti della sua esperienza: soprattutto
nel non fermarsi alla superficie dei fenomeni, andando a indagare
le strutture permanenti, le "invarianti", le "regolarità",
ciò che si cela dietro alle maschere con le quali si gioca
la farsa (che si trasforma spesso in tragedia) della politica. La
sua classicità sta inoltre nell'assenza assoluta di preclusioni
per qualsiasi fonte nuova di conoscenza, purché dotata di potenziale
esplicativo capace di estendere la teoria fino al massimo raggiungibile
nella spiegazione. Essa sta infine nell'uso del metodo storico (esteso
a tutte le epoche della storia umana) integrato con quello concettuale
e tipologico, non dissimile da quello di Carl Menger e della Scuola
Austriaca dell'economia nell'individuazione, come meta della ricerca,
non di "tipi ideali" weberiani, ma di "tipi reali":
un metodo generalmente ritenuto molto differente rispetto a quello
più matematizzante e formale di conio americano (anche se la
scuola politologica americana, contrariamente alle apparenze, è
tutt'altro che omogenea). Una classicità comunque fatta di
studio concettuale della politica (Begriffspolitik), innervato di
astrazione e di metodo analitico, volti a dar vita a creazioni teoriche
sistematiche. Però la sua è anche stata una "classicità",
nutritasi non a caso di vastissime e illuminanti frequentazioni con
il pensiero politico dell'età classica, fortemente proiettata
in un ambito proprio, autonomo, originale, non comparabile.
In Miglio inoltre sarà sempre centrale il tentativo di tenere
fuori dalla porta del laboratorio del politologo i valori che inquinano
(facendo apparire la politica per quello che non è nella realtà
dei fatti) lo studio freddo, disincantato e oggettivo della "realtà
effettuale", scandagliata dall'alto della sua sterminata conoscenza
storica.
Egli ha tentato poi, riuscendovi fruttuosamente in molti campi, di
superare la barriera fra scienze storico-politico-sociali e scienze
della natura, ricercando le "regolarità effettuali"
più profonde del comportamento politico e studiando le potenziali
applicative delle scienze naturali all'analisi del "politico",
verificando l'impatto di quelle scienze sulle ideologie e sulle istituzioni.
Le radici teorico-scientifiche della sua visione vanno da Tucidide
a Machiavelli, da Hobbes a Mosca e Pareto, da Max Weber a Carl Schmitt,
da Otto Hintze a Otto Brunner, da Henry Sumner Maine a Maurice Hauriou,
agli studiosi germanici dell'amministrazione e del diritto internazionale
(Triepel), ai migliori giuristi francesi (Duguit) e, parallelamente,
ai grandi federalisti, da Althusius a Gierke, da Jefferson a Calhoun.
Gli autori dai quali ha tratto linfa vitale per i suoi studi, "inglobandoli"
nel suo modello di studio della politica, sono moltissimi, prevalentemente
tedeschi e anglosassoni, mai seguiti però acriticamente (come
a volte è stato del tutto erroneamente sostenuto), ma dei quali
ha cercato, criticandoli spesso anche profondamente e duramente nelle
loro inesattezze e insufficienze, di svilupparne la lezione fondamentale,
portandoli alle estreme conseguenze storiche e logiche, fin dal primo
momento del contatto intellettuale con il loro insegnamento.
Gli argomenti innovativi che ha affrontato sono estremamente numerosi:
dall'ideologia e il ruolo che essa gioca in politica come "bandiera"
di una classe politica, alla teoria del "ciclo politico",
a partire da un esame approfondito delle dottrine e istituzioni politiche
del mondo classico, ai rapporti fra politica e diritto, politica ed
economia, politica e psicologia, allo studio della formazione e della
sopravvivenza della gestione pratica del potere (amministrazione),
in un ripudio completo del formalismo giuridico e delle più
correnti ideologie, iniziando da un periodo nel quale Miglio ha operato,
nel quale la storicità dello Stato moderno, abbellito dal mito
del "progresso" e dall'idea dello "Stato come stupenda
creazione del diritto", era data per tutt'altro che scontata.
Infatti la sua opera è stata distruttiva particolarmente per
i paradigmi giuridico-formali ancora dominanti negli Anni Cinquanta
(anche nel diritto internazionale dogmatico), caduti sotto la scure
delle sue serrate demolizioni, demistificazioni, smascheramenti. Inoltre,
fra i campi esplorati da Miglio vi sono i processi di formazione dell'autorità
e del potere, il legame fra politica ed economia da una parte e le
relazioni internazionali dall'altro (anticipando per una via del tutto
autonoma tendenze di ricerca che si affermano solo oggi nel tentativo
di risolvere complessi problemi), il campo vastissimo dello studio
del tempo e dello spazio in politica, il ruolo dei simboli in politica,
il carattere irrazionale della politica stessa e così via.
Gli studi su singoli aspetti del "politico" però
poggiano tutti sulla sua analisi della realtà profonda della
politica, nella quale è centrale lo studio dell'"obbligazione
politica" come realtà contrapposta e irriducibile all'obbligazione
"contratto-scambio".
Il cuore della sua teoria del 'politico', ruotante attorno al tentativo
di mettere in luce le mille facce del "cristallo dell'obbligazione
politica", implicava lo studio di fenomeni estremamente reali
e correlati fra loro, quali la "rendita politica" (contrapposta
a quella di mercato) nei suoi aspetti teorici e tipologici, la realtà
della rappresentanza politica (al di là delle mitologie "democratico-rappresentative"
dominanti nella Scienza Politica) e quella dei partiti politici (macchine
per guadagnare le "rendite politiche" e per gestirle), realtà
descritta compiutamente a partire dalla sue memorabili Lezioni, in
un momento nel quale nella politologia più in voga si disegnavano
solo modelli formali e inevitabilmente superficiali (polarismo, bipolarismo,
e così via), applicati per di più, riuscendo a spiegare
ben poco di rilevante, allo sgangherato caso italiano. Così,
ancora, nelle sue esplorazioni va ricordato lo studio dell'amministrazione,
guidata dall'abitudine a vedere l'esercizio del potere "dal basso",
per svelare la vera storia dello Stato moderno e del suo futuro andando
al fondo degli ordinamenti, delle istituzioni e della logica interna
del loro funzionamento. Un campo che lo porterà a svelare la
realtà storica dell'Italia come "miracolo tecnico"
della pura ragion di Stato, al di là dell'ideologia risorgimentale
diffusa nella maggior parte degli storici.
Al nome di Miglio viene spesso affiancato quello di Carl Schmitt,
scienziato del diritto e della politica di altezza siderale e fra
i più fraintesi, che egli ha fatto conoscere in Italia, gettando
letteralmente una bomba culturale fra i piedi dell'ortodossia accademica
e culturale, all'inizio degli anni Settanta. Tuttavia il realismo
di Miglio, è giunta l'ora di chiarire questo punto, ha sviluppato
la lezione schmittiana spingendosi molto al di là degli orizzonti
di declino dello Stato moderno e dello Jus Publicum Europaeum intravisti
dallo studioso tedesco, così come della impostazione schmittiana
dello studio del politico, fin quasi a ribaltarla. Questo appare già
negli studi migliani sulla "politica oltre lo Stato", sulla
trasformazione della guerra, sul rapporto fra dimensione "interna"
e "internazionale", sul rapporto (reversibile) fra guerra
esterna e guerra civile, sulla correlazione fra l'assetto interno
delle aggregazioni politiche (fra sfera dell'obbligazione politica
e area del contratto) e la natura dei sistemi internazionali, soggetti
ad evoluzione ciclica in base al loro grado di politicizzazione e
negli studi sulla relatività assoluta (e sulla convertibilità
illimitata) dei concetti di "interno" ed "esterno".
Le intuizioni di Carl Schmitt andavano per Miglio infatti fin dall'inizio
sviluppate, utilizzate come "testa di ponte" per l'esplorazione
di sconfinati continenti di conoscenza, ossia occorreva esplorare
quell'immenso territorio che stava oltre le frontiere raggiunte dallo
studioso tedesco, in contrasto con l'ortodossia accademica. Ben oltre
Schmitt (e in contrapposizione profonda ad esso) però Miglio
si spingerà ancor più nell'ultimo decennio della sua
attività, che è anche il periodo meno conosciuto della
sua vita (o volutamente ignorato) dagli studiosi, in concomitanza
con il crollo del blocco politico-militare orientale e dell'Impero
sovietico: collasso che anche secondo Miglio segna una data storica
di importanza colossale, oltre la quale secondo lui si sono invertiti
processi politici durati almeno cinque secoli. Proprio da qui egli
partirà per riprendere in modo totalmente differente e radicalmente
innovativo i suoi antichi studi sul Federalismo, pur non tradendo
affatto, ma anzi portandola alle estreme conseguenze, la sua impostazione
realista.
Già prima della caduta del sistema bipolare in tutto il mondo
il pendolo della storia aveva incominciato a muoversi, come Miglio
stesso aveva previsto, verso una prevalenza della dimensione del contratto-scambio
e del "privato". Il Federalismo appare a Miglio presente
nelle cose come una conseguenza obbligata del declino dell' "obbligazione
politica", del tramonto dello Stato Moderno, dello Jus Publicum
Europaeum, con tutto il suo ormai obsoleto apparato concettuale e
come conseguenza della crisi del modello parlamentare. Il problema
della decisione, tema eminentemente schmittiano, connaturato alla
politica, imbocca per forza di cose secondo Miglio canali differenti
rispetto a quelli rigidi e stabiliti una volta per tutte dallo Stato
moderno e dalla tradizione costituzionale a partire dal XVII secolo
(ed esplosa nel XIX), legata ad una visione semplicistica, basata
su riduzioni estremamente semplificate della politica (la sovranità,
i confini, la fiscalità ecc.) e dottrinariamente coerente con
quella stessa struttura, che sta uscendo dal processo storico e della
quale Miglio approfondisce sempre più la vera natura e le ragioni
della sua crisi. Per lo studioso, sempre bollato come "decisionista",
la decisione non ha mai avuto la portata trascendente che hanno sembrato
attribuirgli Carl Schmitt o Hermann Heller. Essa per Miglio svolge
solo un ruolo gestionale e amministrativo. Quello decisionale infatti
"È solo un momento del processo politico, necessario ma
inserito nel complesso tessuto di relazioni e di esperienze, a cui
serve con la sua portata meramente funzionale".
L'irriducibilità della dimensione politica, per Miglio, come
ha osservato Carlo Lottieri, non implica affatto una glorificazione
dello Stato, della coercizione, della violenza monopolisticamente
organizzata. Il contratto, per sua natura un rapporto volontario continuamente
rinegoziato, imponendosi nelle cose diventa esso stesso "sovrano"
e il rapporto federale assume una costante mutabilità, a seconda
dei bisogni dei soggetti che compongono la federazione.
Miglio inoltre, e non a caso, recupera gli antichi studi sul giusnaturalismo,
nei quali era stato un'autorità indiscussa, riconosciuta anche
in America, il suo antico Maestro Alessandro Passerin d'Entrèves
e, oltre a sostenere di voler introdurre quello che è sempre
mancato in Italia, cioè una cultura della disobbedienza civile,
Miglio collega al Federalismo la legittimità del diritto di
secessione come suo correlato logico irrinunciabile, posto a logica
garanzia della "federalità" di un sistema. Fra realismo
e logica, lo studio dell'"obbligazione politica" negli ultimi
dieci anni di vita di Gianfranco Miglio prosegue con una continuità
sorprendente, giungendo a esiti di una coerenza adamantina, smantellando
anche sue insufficienti (a suo stesso dire) analisi precedenti ed
aprendo vie che negli anni Ottanta sarebbero parse azzardate e contraddittorie.
La visione dell'autorità e del potere, del loro manifestarsi
sul piano istituzionale, nel realismo di Miglio fuoriesce invece semplicemente
da quella codificata dalle categorie dello Stato moderno e recupera
una dimensione pluralistica simile a quella precedente al consolidamento
della sovranità assoluta, gerarchico-accentrata, di marca statuale
moderna. Di qui il suo sempre più vivo interesse per il ritorno
di attualità di strutture politiche flessibili, come quelle
dell'Hansa tedesca, delle Province Unite, della Confederazione Elvetica
prima del suo compromesso deturpante e contraddittorio con le categorie
statuali moderne, delle costituzioni delle città libere contrapposte
ai Principati prima e allo Stato assoluto in seguito. Tutte strutture
"a basso tasso di politicità" che hanno prodotto
livelli di civiltà e di crescita economica straordinari. È
l'"altra metà del cielo" della storia europea, come
egli la definisce, a tornare di attualità con le sue straordinarie
ed esemplari strutture di marca althusiana, ricche e complesse, progenitrici
del neofederalismo contemporaneo. La teoria di Miglio non vede più
la garanzia della pluralità in un ambito statuale moderno,
ma fuoriesce da essa, sulla falsariga di Schmitt ma spingendosi infinitamente
più lontano di quanto non avesse fatto lo scienziato tedesco
dalla visione e dall'armamentario dello Stato Moderno (dirà
infatti e non a caso nel 1992: "Schmitt non condividerebbe quello
che sostengo e cerco di dimostrare in questi anni"), intravedendo
convivenze extrastatuali in fieri, ormai sempre più lontane
dall'impossibile "quadratura del cerchio" (come la definiva
Otto von Gierke) fra Stato e Federalismo, tentata nella sintesi incoerente
dello "Stato federale", un autentico ossimoro come lo "Stato
liberale". Non solo: il nuovo Federalismo (che egli studia tornando
alle ragioni del Federalismo delle origini) diventa qualcosa di diverso
dalle strutture basate sul patto politico. Del resto secondo Miglio
è la stessa massa crescente di negoziati, confronti, pattuizioni,
contrattazioni, che imperversano oggi a tutti i livelli, a superare
nelle cose il vecchio modello dello Stato sovrano e del diritto come
atto d'imperio, trasformando quest'ultimo in frutto di una decisione
interpersonale e diffusa, generatrice di altre decisioni "a cascata".
Di qui anche la critica alle illusioni di autori di scuola liberaldemocratica
di restaurare, di fronte alla crisi dello Stato moderno, impianti
ideologicamente fondati, quale quello dello "Stato di diritto".
Lo stesso sistema istituzionale a venire gli appare sempre più,
in una lucida visione a distanza di decenni, come permeato di contratti
liberamente negoziati, dai quali inizia a generarsi anche la legge,
non più prodotto di un atto d'imperio condotto dal sovrano.
Questo complesso di istituzioni gli sembra sempre più come
qualcosa che sarà tutt'altro che disordinato o altamente imprevedibile:
la decisione interpersonale si muove sempre più autonomamente,
basando su se stessa anche la regola pacta sunt servanda, senza più
bisogno dell'autorità politica che si arroghi il monopolio
della sua tutela. È la decisione interpersonale a fondare questa
regola e altre decisioni diventano il prodotto di quest'ultima, dando
vita ad un sistema giuridico molto più coordinato, automatico
e prevedibile di quello "offerto" (imposto) malamente e
con "costi collaterali" altissimi, dal vecchio Stato sovrano
ormai in decadenza irreversibile.
Non sorprende allora la sua crescente attenzione per le relazioni
di mercato (catallassi), che avevano costituito un punto di riferimento
costante, per contrasto, nello studio degli opposti relazioni e comportamenti
attinenti al regno dell'obbligazione politica, all'interno dei quali
introdurrà negli anni Sessanta nella politologia contemporanea
il concetto e la tipologia delle "rendite politiche". Del
resto il Federalismo per Miglio si nutre fin dalle sue gloriose origini
di rapporti contrattuali analogamente a quanto avviene nel mercato
e nelle associazioni. Così come non sorprende la netta distinzione
(poi usata anche nella polemica politica) fra "cercatori di paghe
e rendite politiche" e veri operatori economici o fra modi differenti
di acquisizione della ricchezza (politici ed economici): distinzione
che converge quasi completamente con la disincantata e impressionante
teoria sullo Stato di Franz Oppenheimer e con le teorie libertarie
di Lisander Spooner, Albert Jay Nock e John Caldwell Calhoun.
Federalismo, declino dell'obbligazione politica e dello Stato Moderno,
la più grande "finzione" mai inventata, riaffermarsi
del contratto e dinamismo del mercato, genesi della legge dal contratto
e non da valori mistici ormai decrepiti, sono in Miglio così
strettamente collegati. Gli inconvenienti più gravi prodotti
dallo Stato Moderno (l'arbitrio, la tassazione esasperata, la violenza,
le dittature, il totalitarismo, gli spostamenti forzati e l'ingegneria
delle popolazioni, i democidi ai danni di minoranze e di interi popoli
inermi) potranno essere superati secondo Miglio da una dispersione
concorrenziale del potere e da un affermarsi delle relazioni di mercato,
dalla concorrenza e dalla competizione, presupposti irrinunciabili
dei sistemi autenticamente federali, unici freni, al di là
del fallimento lampante del Costituzionalismo moderno, della crescita
indiscriminata e gerarchico-piramidale del potere, della violenza
e dell'arbitrio statale e coerenti con la tutela di diritti naturali
e indisponibili da parte di ogni potere politico.
Nel suo costante realismo Miglio dissolve così anche, molto
più radicalmente di quanto non avesse fatto Schmitt, la contraddizione
in termini dello "Stato liberale" (altro ossimoro e paradosso
irrisolto), impossibile compromesso fra principi dello Stato Moderno
e garanzie dei diritti naturali, in continua deriva verso il centralismo
e la concentrazione del potere, la libertà di contratto, l'intolleranza
verso chi attenti alla sua unità-omogeneità interna,
la politica interventista, assistenziale, protezionista, pianificatrice,
la burocratizzazione, della quale annuncia il declino, pur se gli
apparati pubblici metteranno in atto un'autodifesa disperata e cercheranno
di rivitalizzare esangui modelli socialdemocratici. Non deve sorprendere
pertanto la sua affermazione del 1992: "Io che sono sempre stato
un decisionista, a 74 anni sono diventato un libertario e spingo sull'acceleratore
del Federalismo. È l'unica garanzia contro l'autoritarismo,
che oggi è un rischio vero, perché le vie della politica
non sono infinite".
In ogni caso, quanto Miglio abbia lasciato alla teoria del neofederalismo,
quali illuminanti percorsi di studio abbia aperto non solo per questo
Paese, che annega nel bruciante paradosso, ripetutamente rilevato
da Miglio stesso, di "Essere "naturalmente" federale
per le sue stesse caratteristiche, ma anche, al contempo, totalmente
privo di cultura federale", lo si constata agevolmente se si
confrontano i suoi scritti più recenti con la teoria federale
più aggiornata e valida a livello mondiale. Anche e soprattutto
in questo campo il suo sguardo nell'ultimo decennio si è spinto
molto lontano, come già hanno incominciato a riconoscere all'estero
valenti studiosi.
Nella teoria neofederale egli prosegue con coerenza profonda la sua
antica ricerca sulla doppia e contrapposta obbligazione (l'obbligazione
politica e quella "contratto-scambio"), portandola alle
estreme conseguenze logiche, basate sempre sul terreno storico-sperimentale.
Che la morte di Gianfranco Miglio non abbia ancora avviato una disamina
approfondita sulla sua opera, pacata e in sede accademica, non meraviglia.
I grandi politologi, quelli veri, come lo stesso Miglio faceva notare
spesso, sono sempre "postumi". A volte occorrono venti o
trent'anni perché ci si accorga della portata della loro opera,
della produttività di una loro ipotesi o della validità
di una loro scoperta, che potevano inizialmente sembrare poca cosa.
Inoltre Gianfranco Miglio è stato una persona scomoda proprio
come lo sono tutti i veri scienziati della politica, che non si preoccupano
di compiacere chi detiene il potere, né di aderire alle convinzioni
più diffuse o di abbellirle con orpelli ideologici o con "omaggi
labiali" ad altisonanti princìpi, per essere accettati
o osannati dall'opinione pubblica o dal resto della comunità
accademica ufficiale, attaccata spesso, soprattutto in un Paese come
questo, privo di concorrenza intellettuale e quindi di confronto reale,
alle stantie mode del momento. Come ha scritto inoltre Angelo Panebianco,
parlando di Miglio nel 1988, i grandi realisti sono sempre personaggi
scomodi, irritanti, perché ricordano continuamente quello che
dà fastidio sentirsi dire e per questo hanno anche come destino
inevitabile quello di essere circondati da un alone di diffidenza.
Va poi aggiunto a questo che quasi sempre, come ha sempre detto lo
stesso Miglio, si imputa loro la responsabilità dell'esistenza
di meccanismi e leggi che essi hanno solo scoperto e che esistono
nelle cose: per questo sono generalmente anche grandi solitari.
Gianfranco Miglio è stato il paradigma, la quintessenza di
una persona libera, al servizio di nessuno e di un'indipendenza assoluta.
Circondato dall'affetto dell'amatissima famiglia, di tanta gente semplice
e di qualche allievo, antico o recente, guardato sempre da lui con
profondo rispetto e interesse, è stato un uomo solitario e
isolato per il semplice fatto che alle altezze siderali e alle soglie
del futuro, alle quali il suo pensiero continuo, ininterrotto, limpido
e profondo si muoveva, nessuno era in grado di seguirlo in modo integrale,
fedele e compiuto. Basterebbero a dimostrarlo le tante incomprensioni,
le definizioni affrettate e superficiali anche di alcuni ex allievi.
Una solitudine e un'indipendenza talmente profonde da produrre per
converso anche il grave inconveniente, nonostante i tantissimi semi
gettati e poi fioriti nelle discipline più diverse, di non
lasciare una propria scuola strutturata, operante e visibile, nonchè
discepoli in grado di proseguire compiutamente lo studio dei problemi
che per lui erano i più rilevanti. Un uomo solitario in questo
Paese, poi, anche perché molto più proiettato verso
la cultura, i dibattiti scientifici e le scoperte del mondo germanico
e anglosassone, nei quali esiste una comunità scientifica degna
di questo nome, che dibatte e fa progredire la conoscenza e non la
lascia avvizzire nei soliloqui di chiuse scuole corporate, nepotistiche,
parassitarie, improduttive e incapaci di comunicare fra loro, o nella
vacuità-irrilevanza dei temi di studio prescelti, i quali,
proprio per l'assenza di confronto e concorrenza, sono i più
facili ma anche i più infecondi. Un uomo solitario Miglio lo
è stato ancor più nel tentativo di incidere seriamente
sull'assetto politico-costituzionale (la ricerca sulle riforme istituzionali
è stata solo il coronamento delle ricerche sulla crisi della
democrazia rappresentativa e dello Stato) di un Paese gravemente malato,
dominato dal conformismo intellettuale, dal metodico compromesso per
vantaggi personali e dall'attenzione dei singoli al guicciardiniano
particulare.
E tuttavia, come ha scritto nel 1988 Nicola Matteucci, la presenza
di Miglio nella cultura italiana è ben riscontrabile per vie
nascoste, sotterranee, discrete. Questo vale ancor più per
i suoi studi sui meccanismi delle Costituzioni, per le sue taglienti
e spietate osservazioni sulla crisi dei sistemi parlamentari "integrali",
per l'incidenza anche su idee diffuse, che ha avuto la sua riflessione
negli ultimi dieci anni della sua vita. Di questi ultimi e del suo
ininterrotto lavoro, della logica evoluzione del suo studio scientifico
quasi nessuno conosce particolari precisi, tranne i pochissimi che
hanno avuto la fortuna di seguirlo nei suoi studi e di esserne guidati
con discrezione e affetto. Anni dei quali nessuno sa cose dettagliate,
inoltre, da una parte perché, ad un livello molto basso, l'assordante
quanto rozzo tamburo massmediatico ha trasformato lo studioso in una
figura irreale, spesso caricaturale, paradossale e totalmente falsa.
Dall'altra perchè, anche laddove si tenti un'analisi non convenzionale
della sua opera, continuano ad essere operati collegamenti impropri
e arbitrari, tratte conclusioni non rispondenti alla realtà,
desunte da conoscenze superficiali e non aggiornate.
Anche in ambito accademico, a causa dell'indifferenza, delle semplificazioni
e dell'ostracismo che Miglio ha subìto, divenuto ormai scomodo
soprattutto per la sua scelta di riportare il Federalismo, da sempre
combattuto in Italia con tutti i mezzi e mai studiato nelle Accademie,
al centro della riflessione sulla politica e sul declino dello Stato
Moderno, nonché di una possibile azione di riforma, si è
perso il senso dell'evoluzione recente del suo percorso più
che decennale e di una ricerca ininterrotta e coerente. L'attenzione
rivoltagli solo fino alla fine degli anni Ottanta infatti porta alla
visione distorta di uno studioso "dogmatico", fermo sulle
sue posizioni acquisite e sui risultati dei suoi studi o addirittura
legato a convinzioni e a ricerche da lui condotte, ma ormai invecchiate.
Tutte definizioni paradossali, per non dire surreali per uno scienziato
che nell'ultimo decennio della sua vita e fino a ottantadue anni,
ha continuato a sostenere la necessità di rivedere o addirittura
di buttare a mare alcune sue ricerche fra le più famose, come
quella sull'"impersonalità del comando", rivelatasi
al diradarsi di molte delle nebbie ideologiche nelle quali si protegge
e si spersonalizza lo Stato Moderno, pura ideologia, o di rigettare
gran parte delle sue Lezioni di Politica Pura, basate su anni di corsi
universitari preparati con cura e precisione impressionanti e con
documentazione teorico-empirica tratta e sviluppata solo da prime
edizioni e originali di lavori scientifici di tutte le epoche. Quelle
Lezioni, innovate in molte parti nel corso degli anni, erano tutte
volte a mettere in luce una teoria organica e articolata del 'politico'
attraverso il cristallo dalle mille facce dell'obbligazione politica
(teoria della classe politica, teoria e tipologia della rendita politica,
teoria generale del ciclo politico, ecc.) e l'irriducibilità-inconciliabilità
di quest'ultima con l'opposta (su tutti i piani) "obbligazione-contratto".
Miglio ha sostenuto di recente però che quelle Lezioni avrebbero
dovuto oggi (dopo la fine del periodo di estrema politicizzazione
dello scontro internazionale bipolare) essere svolte in maniera molto
diversa e con l'aggiunta di capitoli decisivi, volti allo svelamento
ulteriore degli "Arcana Imperii", come ad esempio quelli
formidabili e illuminanti, già nel loro primo informe abbozzo
disseminato in molti interventi, sulla teoria del parassitismo politico,
del declino dello Stato Moderno e della sovranità, delle contraddizioni
dei regimi parlamentari, del rapporto fra democrazie e oligarchie,
dell'evoluzione-declino dello Stato e del neofederalismo.
La realtà vera è che Miglio, da autentico scienziato,
non si è mai innamorato delle sue creazioni scientifiche e
delle sue scoperte parziali, che ha sempre considerato solo tappe
provvisorie, intermedie, di un duro lavoro di scoperta, solo gradini
per raggiungere la conoscenza, che però devono essere rifatti
dallo stesso costruttore quando sono riusciti male o quando il ricercatore
ha impiegato incautamente un materiale troppo friabile. Egli non ha
mai avuto paura di rovesciare come un guanto buona parte dell'apparato
concettuale sul quale ha basato le sue teorie.
Negli ultimi dieci anni inoltre non ha mai abbandonato lo studio e
l'approfondimento, anche se il tentativo, estremamente complesso già
in partenza, di incidere sul cambiamento politico-costituzionale italiano,
ha bruciato molto tempo dedicabile alla ricerca. Attestano questa
continuità comunque le sue continue sterminate acquisizioni
di volumi, le edizioni originali della più disparata provenienza
mondiale, acquistati per saziare la sua inesauribile sete di conoscenza
e i vastissimi interessi d'indagine. Fino agli ultimi anni egli ha
continuato a formulare ipotesi folgoranti sulla natura del neofederalismo,
sulla degenerazione dei sistemi federali esistenti e sulle sue cause,
sulla politica oltre lo Stato, sulla realtà del sistema elettivo-rappresentativo,
sulla trasformazione della politica internazionale e sulle sue ricadute
sulle dinamiche politiche in atto, sulle origini europee e althusiane
del Federalismo americano, sull'influenza anche per l'Occidente delle
trasformazioni internazionali intervenute nell'Europa Orientale e
così via. Ipotesi di vasta portata, che sono rimaste a costellare
un lavoro immenso, purtroppo in gran parte rimasto incompiuto. Nell'evoluzione
teorica del pensiero di Gianfranco Miglio, nonostante le discontinuità
dovute al fisiologico processo scientifico di accrescimento della
conoscenza e alla correzione o all'abbandono di ipotesi rivelatesi
insufficienti o sbagliate, non c'è però alcuna rottura
ma solo, va ribadito con forza, coerente continuità.
Sul piano dell'eredità che ha lasciato con la sua esperienza
politica diretta, sono i fatti a parlare da soli. Il coraggio dimostrato
nelle sue scomode e anticonformiste prese di posizione, la sua lotta
solitaria per una radicale riforma costituzionale di un Paese degenerato
in tirannide partitocratrica e in assolutismo parlamentare centralizzato,
hanno lasciato l'esempio splendido di uno studioso generoso, restìo
a chiudersi nella sua comoda torre d'avorio e pronto a opporsi, anche
solitariamente, senza cercare vantaggi personali (è rimasta
famosa la sua affermazione: "La professione dell'uomo politico
è indegna di un uomo libero") e per il solo bene delle
generazioni a venire, a un sistema degenerato, divenuto un peso per
tutti, tranne che per classi politiche di affaristi e di fruitori
di rendite politiche, estorte con la minaccia della violenza e per
i loro beneficiati.
Tutto questo permane come esempio straordinario, nonostante il sostanziale
fallimento della rivoluzione alla quale ha cercato di dare un decisivo
contributo e nonostante gli esigui risultati raggiunti, dovuti a molte
cause. In primo luogo le ragioni degli scarsi risultati pratici raggiunti
in politica vanno fatte risalire alla strutturale incompatibilità
fra politica attiva e studioso della politica (da lui stesso costantemente
sottolineata); poi ai continui tranelli, agli imbrogli, ai raggiri,
ai tentativi di neutralizzazione ed emarginazione di uno studioso
tanto scomodo; quindi alla difficoltà di muoversi su terreni
scivolosi e mutevoli, creati ad hoc ed estranei all'unico suo interesse
centrale, quello della riforma istituzionale e, ancora, vanno imputate
alla perversa capacità di un sistema corrotto di autoproteggersi
e di autoperpetuarsi anche utilizzando gli strumenti più biechi
e sleali.
Nell'ambito della sua straordinaria eredità va poi considerato
l'esempio lasciato dalla sua capacità divulgativa, dalla limpida
chiarezza delle sue dichiarazioni e dei suoi scritti, così
privi della necessità di nascondersi dietro le parole e volti
a far comprendere a tutti, anche a coloro che non hanno potuto condurre
studi sofisticati, questioni molto complicate, illuminate dalla sua
ricerca. Una chiarezza che ha permesso subito e non a caso, anche
a coloro contro i quali puntava il suo dito accusatorio, di capire
quali pericoli la sua opera, così solidamente fondata, potesse
rappresentare per loro stessi e per i loro consolidati vantaggi.
Se si deve tentare un bilancio generale provvisorio dell'intera opera
di Gianfranco Miglio, si può certamente affermare che essa
è stata caratterizzata da una modernità troppo accentuata
per il Paese e per il tempo nel quale si è trovato a formulare
le sue ipotesi e a condurre le sue ricerche e i suoi studi: un Paese
che, come è accaduto molte volte, non è nemmeno stato
in grado di comprendere chi abbia perduto, come dimostrano le scarne,
paradossali e in qualche caso vergognose righe di scarno comunicato
giornalistico, pubblicate all'indomani della sua scomparsa e che Miglio
avrebbe commentato con l'ironia e l'autoironia che derivavano dal
suo distacco stratosferico da tutte le meschinità della vita
politica quotidiana.
Gianfranco Miglio, sospinto dalla potenza della sua sovraccarica energia
conoscitiva, volta alla continua scoperta e a suggerire continuamente
nuovi percorsi lungo ignoti territori da esplorare, si è spinto
troppo lontano per essere compreso, ben oltre la nostra contemporaneità,
dietro la svolta del tempo. Insieme al suo maestro Alessandro Passerin
d'Èntreves entrambi amavano non a caso ironicamente "rimproverarsi"
di essere abituati a "pensare per millenni" (altro indizio
di classicità).
In Miglio infatti era sempre prevalente la curiosità insaziabile
di sapere che cosa sarebbe accaduto fra cinquant'anni, non l'indomani.
La sua estrema sensibilità per i grandi cicli storici, per
intere epoche, poteva portarlo alla profonda commozione, fino alle
lacrime (come mi accadde di constatare personalmente) di fronte ai
grandi avvenimenti storici, alle trasformazioni che egli stesso era
riuscito in gran parte a prevedere e che facevano riaffiorare fenomeni,
denominazioni (di partiti, di Paesi, di città, ecc.) che sembravano
sepolti dai tempi della sua infanzia: come accadde nel periodo di
svolta epocale rappresentata dal collasso del sistema sovietico. Così
come libri affiorati all'improvviso dalla polvere del tempo, portatori
di conoscenza e di profonde intuizioni o di autentiche, dimenticate
scoperte, potevano allo stesso modo intenerirlo fino alla commozione.
Perché al di là di un'immagine pubblica di durezza e
di impietosità (dovuta alla sua estrema e inflessibile coerenza,
sia nell'enunciazione delle dure regole della politica da lui scoperte,
che nella sua temporanea attività politica, insofferente verso
tutti gli approfittatori e i conservatori dello status quo) Gianfranco
Miglio era dotato di un'umanità sconfinata e di quelle semplicità
e dolcezza che si trovano spesso solo a livelli molto elevati e non
comuni di cultura.
Miglio è stato un interprete fedele della bellezza della conoscenza
pura che raggiunge sempre nuovi orizzonti, che non si ferma mai, che
devia dalle strade battute da tutti per cercarne di nuove, per aprire
vie innovative sulle pareti a strapiombo di dura roccia della scienza,
con un lavoro faticoso e inesausto di esplorazione e di ricerca, indifferente
alle critiche, agli isolamenti e alle ripicche che gli innovatori
radicali si trovano immancabilmente a dover subire. La luce dell'intelligenza
è stata la caratteristica dominante della sua vita: quella
luce che risalta dalla sua limpida e chiara scrittura a penna che
ci ha lasciato e che era soltanto il riverberarsi della viva luminosità
che ha caratterizzato il suo pensiero, la parola, il gesto semplice
e deciso. Gianfranco Miglio è stato una meteora di luce sull'oceano,
ricoperto di nebbie fittissime (e per questo così difficile
da studiare) della realtà della politica. Con il suo sconfinato
talento creativo ed esplorativo, affinatosi dagli anni Quaranta fino
alla fine del XX secolo e affacciatosi nel Terzo Millennio, esplorando
senza soluzione di continuità e con grande coerenza teorica
tutte le dimensioni del "politico", è riuscito ad
aprire strade di studio e di ricerca che, se non domani, dopodomani
verranno inevitabilmente seguite, proprio grazie a quella stessa luce
che su di esse la sua sconfinata cultura e la sua limpida intelligenza
hanno proiettato.
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