EFFETTI DELLE NUOVE TECNOLOGIE SUI DIRITTI SOCIALI
NELLA POLITICA DELL'UNIONE EUROPEA. BREVI NOTE SULLE CONCLUSIONI DEL
VERTICE DI LISBONA.
Rosanna Fattibene, avvocato.
1. La portata delle trasformazioni socioecomiche,
culturali e politiche in atto, originate dallo sviluppo delle nuove
tecnologie dell'informazione e della comunicazione (da ora: TIC),
è tale da segnare il passaggio da un tipo di organizzazione sociale
ad un'altra: dall'informazione della società a quella società dell'informazione
che -essa stessa "gigantesco giacimento informativo"
(Rodotà)- nella conoscenza trova giustificazione e legittimazione.
Quando il sapere si modifica in maniera così radicale da incidere
sulle stesse funzioni cognitive di percezione, immaginazione, ragionamento,
sui poteri pubblici ricade il compito di promuovere un'opera di
modernizzazione culturale che garantisca ai cittadini parità di
accesso alle nuove dimensioni sociali ed un'equa distribuzione del
relativo potenziale di prosperità.
Anche l'Unione europea è dunque chiamata a definire
principî, obiettivi e mezzi di azione in ordine all'impatto culturale
comportato dalla rivoluzione tecnologica. Preoccupata per la deriva
dei fondamenti culturali europei, che pur potrebbe conseguire a
questa trasformazione -la cui potenzialità e rapidità di espansione
non conosce precedenti-, essa si propone primariamente di rafforzare
il modello sociale europeo investendo nelle risorse umane. Significativa
è l'attività compiuta in tal senso dalla Commissione europea, che
ha trovato compiuta maturazione nel Piano d'azione eEurope 2002
(sottoposto all'attenzione della sessione straordinaria del
Consiglio europeo, tenutasi a Lisbona il 23-24 marzo 2000, e successivamente
approvato dal Consiglio europeo di Santa Maria da Feira, svoltosi
il 19-20 giugno 2000). L'iniziativa -che costringe gli Stati membri
alla realizzazione, a scadenze brevi e predefinite, di precisi obiettivi-
si dipana lungo due direttrici: cura di capacità ed attitudini necessarie
a padroneggiare le TIC, al fine di cogliere le opportunità lavorative
da queste rese disponibili, e individuazione e sostegno a forme
telematiche d'intervento del cittadino nella vita politica del Paese,
a supporto della dimensione partecipativa della democrazia. eEurope
ruota, in particolare, intorno allo sviluppo della comunicazione
interattiva, al punto da consentire di configurare un vero e proprio
"diritto ad Internet", similmente al diritto ai mezzi elementari
di sussistenza.
Il tema è di rilievo in quanto le situazioni interessate
dalle trasformazioni prodotte dalle TIC ruotano, per la maggior
parte, intorno a valori tutelati (tradizionalmente od in guisa incrementale)
dalla nostra Carta fondamentale, profilandone, al tempo stesso,
estrinsecazioni del tutto inedite, che ora conferiscono al cittadino
il ruolo di soggetto attivo di una diversa dinamica socio-istituzionale
-che lo vede, con una pervasività ed una immediatezza mai prima
d'ora possibili, partecipe del governo della cosa pubblica e, per
questa via, anche controllore dello stesso-; ora si svolgono lungo
l'arco dei diritti sociali, suggerendone nuovi profili di lettura.
Le particolari valenze creative e comunicative della
Rete delle reti -sensibilmente potenziate dal World Wide Web-
ben si prestano, difatti, sia a delineare "aspetti socioistituzionali"
(Costanzo), che siano àmbito di esercizio per rilevanti libertà,
a godimento individuale o collettivo (ulteriori rispetto alla diffusione
del pensiero ed alla comunicazione interpersonale); sia, ad ampliare
l'azione di controllo dei governati sui governanti, assicurando
una maggiore trasparenza dell'azione pubblica, nonché una più puntuale
informazione ed una più efficace educazione civica e politica del
cittadino, sia, infine, a sostenere profondi mutamenti nei tradizionali
sistemi d'istruzione, di formazione e di ricerca, orientando l'apprendimento
-attraverso l'interconnessione tra i medesimi in tempo reale- verso
una condizione del sapere costantemente in flusso. Quest'ultimo
aspetto esamineremo nel seguito del presente contributo.
2. La globalizzazione dei mercati e la progressiva
dematerializzazione dell'economia -conseguenti alla particolare
rapidità dell'evoluzione tecnologica nella società dell'informazione-
comportano che una quota crescente di scambi economici sia riferibile
alla commercializzazione di una vasta gamma di esperienze culturali,
anziché a beni e servizî prodotti industrialmente. Ne consegue una
profonda incidenza sui tradizionali connotati del mercato del lavoro,
nel quale può collocarsi in maniera soddisfacente solamente chi
sappia padroneggiare l'uso di tecnologie digitali e reti di comunicazione
interattiva, nonché gestire un sapere-flusso che lo renda titolare
di competenze variabili, da arricchire e rinnovare senza soluzione
di sforzi e di esperienze, in un continuum tra i tempi ed
i luoghi della formazione e quelli dell'esperienza professionale
e sociale. Il divenire dei sistemi educativi e formativi non può
dunque prescindere dalla rapidità di rinnovamento dei saperi e delle
pratiche e la cultura, disancorata da certezze acquisite, si pone
come polo intorno al quale gravitano mercati, soggetti, istituzioni.
Anche l'Ue si è pertanto interrogata sulla svolta
epocale determinata da un'economia basata sulla conoscenza: nel
corso della sessione straordinaria del Consiglio europeo di Lisbona
ha dunque vigorosamente affermato la necessità di affrontare i cambiamenti
in modo coerente con i propri valori e concetti di società. Tra
le soluzioni prospettate -con riguardo, in particolare, all'obiettivo
primario dell'occupazione- preme qui evidenziare la creazione delle
infrastrutture del sapere e la modernizzazione dei sistemi d'istruzione
e di formazione, secondo moduli che vedono in posizione centrale
la connessione ad Internet ed abbattono la tradizionale separazione
tra gli spazi materiali deputati alla conoscenza e quelli dello
svolgimento dell'attività lavorativa. Il Consiglio europeo invita
a tal fine gli Stati membri -conformemente alle rispettive norme
costituzionali-, nonché il Consiglio e la Commissione, ad avviare,
ciascuno nell'ambito delle proprie competenze, le iniziative necessarie.
Questa tranche significativa della politica
sociale comunitaria presenta, dunque, risvolti innovativi tali da
orientare la lettura della formulazione che fondamentali diritti
sociali trovano nella nostra Carta costituzionale.
Ne viene interessato, in primis, il diritto
al lavoro (art. 4 Cost.), nella molteplicità di significati ad esso
attribuiti dal vivace dibattito dottrinario e dalla feconda giurisprudenza
costituzionale. E' andata così configurandosi una duplice pretesa:
una positiva -che ne fa propriamente un diritto sociale-
a che il legislatore e gli altri pubblici poteri attivino forme
d'intervento in campo economico vòlte a massimizzare l'occupazione;
ed una negativa -tipica, dunque, di un caratteristico diritto
di libertà-, che, a tutela della libertà di scelta di un'attività
lavorativa o di una professione, fa sorgere in capo ai pubblici
poteri l'obbligo negativo di astensione da interferenze nella sfera
di autonomia riconosciuta all'individuo. Purtuttavia, anche in ordine
a quest'ultima categoria di diritti, si rinviene la necessità di
un intervento giurdico-istituzionale che corregga con misure di
sostegno le disparità di doti naturali e di fortuna che discriminano
la possibilità di esercizio effettivo delle libertà formalmente
garantite a tutti. La concezione sottesa allo Stato sociale, infatti
-determinando la trasformazione delle libertà negative nel concetto
positivo di aequa libertas- pone diritti di libertà e diritti
sociali in un rapporto d'integrazione "che li lega inseparabilmente
in una concezione strumentale della giustizia" (Mengoni).
Ricondotto l'assunto al prototipo storico dei diritti
sociali, è dunque possibile affermare che, quando il diritto al
lavoro viene declinato quale diritto di libertà, sui pubblici poteri
ricade anche l'obbligo (in addizione a quello di astensione da ogni
interferenza) di tenere un comportamento positivo, vòlto a realizzare
elementi che concorrano <>
(Mengoni). Sono individuabili, allora, servizi pubblici (erogatori
di prestazioni di carattere non direttamente economico), quali,
ad esempio, quelli di formazione, di orientamento professionale
e di avviamento al lavoro, l'istituzione dei quali si presta a soddisfare
la configurazione bifronte del diritto in parola, appannando, al
tempo stesso, una lettura di questa materia che ancora risenta,
invece, della sua tradizionale sistemazione nettamente dicotomica.
L'indefettibilità di un intervento pubblico così caratterizzato
appare fortemente rimarcata nei risvolti che la politica sociale
dell'Ue va assumendo, alla luce, in particolare, delle linee direttrici
dei futuri sviluppi tratteggiate negli esiti del vertice di Lisbona.
Da un lato, difatti, la stessa politica di promozione
della piena occupazione viene fissando il suo nuovo fuoco nell'attenzione
rivolta più alla qualificazione dell'offerta di lavoro (nel particolare
orientamento tecnologico dell'istruzione/formazione e nei criterî
del suo aggiornamento), che agli incentivi alla domanda. Un'inversione
dei meccanismi di politica economica, dunque, che possa ricondurre
a ragione il paradosso delle occasioni lavorative germinate in numero
crescente dall'utilizzo delle nuove tecnologie, ma vieppiù disattese,
a causa dell'inadeguata qualificazione dei lavoratori dei Paesi
europei; e che possa, al contempo, migliorare le prospettive di
occupazione delle categorie maggiormente esposte alla disoccupazione.
Dall'altro lato, il diritto al lavoro quale libertà di scelta -intesa
nel suo verso passivo di libertà di accesso al lavoro e quindi esclusione
di tutti i vincoli o gli ostacoli ad esso- richiede nondimeno il
possesso dello stesso patrimonio di competenze, la cui mancanza
vanificherebbe altrimenti quella libertà, rendendo di fatto inaccessibile
la più parte delle nuove tipologie lavorative.
Va infatti mutando la natura degli ostacoli che possono
frapporsi ad un libero accesso al lavoro: non più, o non più unicamente
"irragionevoli limitazioni o barriere all'ingresso nel settore
di lavoro prescelto", come vincoli che "introducano logiche
o privilegi di tipo corporativistico" (Baldassarre) -limiti
esterni, dunque-; bensì gli stessi caratteri che la società dell'informazione
impone ai profili lavorativi, che si rivelano pericolosi impedimenti
di natura intrinseca. Una risposta efficace a tale mutamento implica
che lo spettro degli interventi pubblici si amplî fino ad investire
tutte le situazioni di tipo oggettivo identificabili con le condizioni
che rendono effettivo il soddisfacimento di questo fondamentale
bisogno.
L'impegno pubblico nei settori dell'istruzione e della
formazione professionale, diretto a consentire l'acquisizione di
conoscenze e competenze nel campo delle nuove tecnologie, da gestire
senza soluzione di continuità tra l'area dell'apprendimento e quella
dell'attività, sostanzia dunque quelle prestazioni di carattere
non economico idonee a dare pienezza di contenuti al diritto al
lavoro, tanto nel suo profilo di diritto sociale che in quello di
diritto di libertà. I già menzionati servizi pubblici (e cioè, si
ripete, di formazione, di orientamento professionale e di avviamento
al lavoro) rappresentano, allora, soltanto una delle possibili tipologie
d'intervento: la necessità di un più elevato livello di qualificazione
professionale interseca le politiche dell'occupazione, della formazione
professionale e dello sviluppo culturale -connettendo così funzionalmente
i diritti sociali rispettivamente interessati-, com'è evidente nel
Piano d'azione per la società dell'informazione elaborato
dal governo italiano.
E' in particolare nell'immediatezza del legame tra
il diritto all'istruzione e quello al lavoro che si ravvisa l'ulteriore
aspetto innovativo che la politica sociale dei Paesi dell'Unione
assume nelle indicazioni del summit di Lisbona.
Nel nostro ordine costituzionale il diritto all'istruzione
è diritto sociale, affermato nel suo duplice ordine, di fornire
istruzione (art. 33 Cost.) e di riceverla (art. 34 Cost.). La funzione
di sviluppare e favorire la libertà di scelta dell'individuo -che
è immanente al concetto stesso di istruzione e di cultura- importa
la necessità di delimitarne variamente i confini. Dalle indicazioni
di Lisbona è ragionevole far discendere un particolare orientamento
dei suddetti limiti.
Premesso che l'accesso alle situazioni sociali e lavorative
è preliminare rispetto alla possibilità di operare una libera scelta
riguardo ad esse, l'istruzione deve innanzitutto agevolare quell'accesso,
sviluppando nel discente potenzialità che gli consentano di rispondere
alle mutate richieste culturali della società. Ciò attraverso percorsi
di conoscenza personalizzati e diversificati, svolti nelle forme
dell'apprendimento cooperativo, in cui il ruolo dell'insegnante
si fa "provocazione all'apprendimento e al pensiero" (Lévy).
Si configura, così, un limite alla libertà d'insegnamento, per lo
più riconducibile al rapporto scuola-docente e consistente nella
determinazione dei programmi e delle metodologie, di cui è competente
il gestore della scuola. Vi si correla la necessità di un'opportuna
specializzazione dei docenti e di una verifica sistematica della
qualità dell'insegnamento (sia sotto l'aspetto delle conoscenze
informatiche che dell'acquisizione di metodi pedagogici conformi
ai caratteri delle nuove tecnologie), anch'essa identificabile come
limite alla libertà d'insegnamento, sebbene in una interpretazione
più restrittiva, che riduce quest'ultima alla sola libertà dei contenuti.
Dai diversi documenti con cui i Paesi dell'Ue si sono
presentati ed impegnati a Lisbona si rileva con chiarezza l'intento
di modernizzazione dei sistemi d'istruzione. Anche l'azione italiana
-come prospettata nel già ricordato Piano d'azione per la società
dell'informazione- sebbene in una fase ancòra embrionale, vi
si conforma.
La preoccupazione più immediata investe l'idoneità
della nostra scuola -rimasta troppo a lungo e pervicacemente arroccata
su modelli didattici statici e appesantita da noti problemi di organico,
infrastrutturali e di bilancio- a sostenere una così radicale trasformazione.
La precarietà del sistema scolastico rimette in gran parte il successo
delle iniziative dell'Ue alla volontà ed allo zelo dei docenti e
degli amministratori degli istituti scolastici, all'atteggiamento
partecipativo dei discenti, alla vivacità della collaborazione tra
l'industria ed il settore educativo.
Riannodando le fila del discorso fin qui delineato,
la triade istruzione/formazione professionale/lavoro si ricompone,
in buona sostanza, in un'unica ed inedita architettura, dispiegantesi
lungo tutto l'arco della vita per realizzare "nuove interazioni
tra lavoro e formazione, che sostituiscano le vecchie interazioni
tra lavoro e non lavoro, in modo da consentire lo sviluppo di nuove
capacità e competenze" (come può leggersi nel "Libro
Verde "Vivere e lavorare nella società dell'informazione. Priorità
alla dimensione umana"). La formazione permanente va dunque
a sostanziare il volano dell'azione pubblica in materia di tradizionali
diritti sociali. Questi, anzi (almeno per contenuti, metodi e finalità),
sembrano confluire nell'unico diritto ad un sistema di saperi
fortemente collegato al mercato, che non venga compresso
nel compimento dei vari cicli scolastici o d'istruzione, ma diventi
parte integrante di ogni esperienza sociale e lavorativa.
Alle politiche pubbliche spetta in questo quadro il compito di governare
la transizione da una formazione fortemente istituzionalizzata ad
uno scambio generalizzato dei saperi, innanzitutto assicurandovi
accesso aperto e gratuito per ogni individuo ed ogni gruppo, da
considerare come potenziale di apprendimento ed insegnamento al
tempo stesso.
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con le nuove tecnologie, reperibile all'URL: http://www.europalex.kataweb.it/Article/0,1605,1927|242,00.html;
e-EUROPE 2002. Una società dell'informazione per tutti. Progetto di
piano d'azione preparato dalla Commissione europea in vista del Consiglio
europeo di Feira, 19-20 giugno 2000 (COM 330/2000), reperibile all'URL:
http://www.europalex.kataweb.it/Article/0,1605,5642|314,00.html;
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programma di rinnovamento economico e sociale per l'Europa, reperibile
all'URL: http://www.palazzochigi.it/esteri/lisbona/doc_eu/;
conferenza telematica, Sviluppare la cultura della New Economy in
Italia. La comunità Internet ha incontrato il Presidente del Consiglio
Massimo D'Alema, organizzata dall'associazione Puntoit, nel
corso della serata "I have an e-dream", Milano, 7 marzo 2000,
il cui resoconto è reperibile all'URL: http://www.palazzochigi.it/approfondimenti/edream/int_dalema99.htm;
Piano d'azione del governo per la società dell'informazione,
reperibile all'URL: http://www/palazzochigi.it//fsi/ita/palchigi_rapporto_completo.htm;
Conclusioni della Presidenza del Consiglio europeo di Santa Maria
da Feira, svoltosi il 19-20 giugno 2000, reperibili all'URL: http://www.europa.eu.int/council/off/conclu/june2000/june2000_it.pdf.
* Si fa presente che gli indirizzi Internet indicati in
questa nota bibliografica s'intendono verificati alla data del 22.9.2000
-data in cui il presente contributo è stato rimesso alla Redazione della
rivista-.
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