1. Premessa. Ai
borsisti del Seminario Tosi 2000, tra i quali vi era il sottoscritto
e numerosi dei collaboratori di Cahiers, è stata
assegnato, in evidente continuità con la ricerca dellanno
precedente, uno stimolante compito di ricerca e monitoraggio. Il
lavoro, da alcuni anni collettivo, è consistito nella effettuazione
di una misurazione di tipo prevalentemente quantitativa, ma con
una serie di ponderazioni qualitative che garantissero una accettabile
scientificità senza la quale la semplificazione rischia di
essere mistificazione, sui pareri espressi dalla cd. Bicameralina
(Pres. Cerulli Irelli; sito Internet: http://www.camera.it/_bicamerali/rifammin/home.htm)
sui decreti legislativi emanati in base alle deleghe cd. Bassanini.
Lintenzione era evidentemente, nellottica dei commissionari,
le due camere, quella di una prima occasione di bilancio sul tema
dei rapporti governo- parlamento e dunque circa gli attuali assetti
della forma di governo, a seguito di una procedura, nata quasi accidentalmente
e calibrata via facendo, che tuttavia aveva assunto uno spazio rilevantissimo,
se non preponderante nei lavori parlamentari; ciò soprattutto
depurando le statistiche dagli adempimenti necessitati o dagli atti
legislativi i cui contenuti non sono definibili ad arbitrio da parte
delle camere (come le ratifiche ai trattati ed in genere le cd.
leggi meramente formali).
La
presente nota, tenta, con la snellezza che vuole essere il marchio
di tale rivista, un approfondimento del materiale che si è
avuto occasione di esaminare, senza ignorare gli altri motivi di
interesse di cui si è venuti a conoscenza; si cercherà
dunque di trarre talune (giocoforza parziali) conclusioni nonché,
soprattutto, di effettuare alcune considerazioni. In particolare
si cercherà, ove lo spazio lo consenta, di percorrere i profili
meno noti, rimandando per il resto ad una minima bibliografia di
riferimento.
2. Lindagine.
Una prima rapidissima osservazione, per la quale non sono consentiti
gli approfondimenti che sarebbero opportuni, è che il fenomeno
delle commissioni speciali consultive, come quello dellamplissimo
uso della delegazione, non possono che essere inquadrati nelle odierne
trasformazioni della forma di governo, tanto quelle epocali - delle
democrazie contemporanee - tanto quelle, contingentemente, più
legate alle vicende della nostra transizione. Ricordando che su
tali tematiche esiste una letteratura sconfinata (da ultimo cfr.
molte delle relazioni del Convegno 2000 dellAic), alla quale
non si può far altro che rinviare, non si può almeno
omettere di evidenziare, per il nostro ordinamento, la fuga, perfino
tumultuosa, di poteri, competenze e funzioni che interessa il parlamento
almeno dai primi anni 80. Ciò è avvenuto in
significativa coincidenza con i primi tentativi di razionalizzazione
della nostra forma di governo, e segnatamente, attorno allidea
forza del rafforzamento organizzativo dellesecutivo e delle
procedure del governo in Parlamento. Tali circostanze
riflettono pure il rafforzamento del governo come soggetto della
normazione nazionale e quale titolare della policy nel contesto
comunitario. La riforma amministrativa, come più in generale
la necessità e urgenza di riformare pressochè
tutti i settori dellordinamento, ha aggiunto un altro tassello,
coerente ed anzi acceleratore, a tale scenario.
Tutti
i parlamenti tuttavia si sentono insidiati pure dai soggetti del
pluralismo sociale e della concertazione sociale e territoriale
(secondo una realtà che si avvicina fortemente ad una esperienza
di tipo neocorporativo). Ciò vale pure per il processo in
parola dove tali soggetti, a partire dalla Conferenza Unificata,
sono intervenuti, così come tutti gli altri interessi corporativi,
di cui si è trovata significativa traccia negli atti parlamentari.
Lassunto
dato giuridico-politico di base è che, come noto, la riforma
amministrativa è cresciuta su deleghe con principi e criteri
vaghi, se non inesistenti; il parlamento ha dunque cercato di ritrovare
un ruolo (seppure delegato) a valle, con la commissione
speciale in parola, la quale doveva assicurare un intervento competente
e integrato al tempo stesso in luogo della consueta verticalizzazione
commissioni permanenti ministeri di riferimento.
E
interessante notare come il governo abbia sostanzialmente operato
per riorganizzarsi (segnatamente decreti n. 300 e 303 del 1999),
e cioè verificare se lassetto del governo sia stato
deciso dal diretto interessato (e dai suoi apparati) o no. Ciò
non è irrilevante in tema di forma di governo. In subordinata
interessa comprendere quale ruolo abbia svolta la opposizione.
Trascurando
i profili procedurali, che pure darebbe qualche motivo di interesse,
e ricordiamo il ruolo delle lettere (circolari) presidenziali che
hanno contribuito a modificare in corso dopera la procedura,
restituendo un (marginale) ruolo alle commissioni permanenti le
quali in un primo tempo era state escluse dalla procedura. Tra i
tanti rilievi possibili, soprattutto quanto agli assetti del parlamento
e li rispetto del bicameralismo, va osservato almeno che, coscienti
della propria posizione di debolezza, tali commissioni si sono giustamente
orientate, per lo più, a far pervenire alla bicameralina
indirizzi generici, anziché puntuali modifiche. Tale contributo
settoriale è stato molto pertinente e spesso prezioso, ma
inevitabilmente marginale, solo che si consideri che con tali intervento
si intendeva riequilibrare gli assetti parlamentari interni
in una procedura a sua volta nata per riequilibrare gli assetti
della forma di governo (o cioè esterni, segnatamente
con il governo).
Positiva
è da ritenere la emersione in commissione degli interessi,
più o meno nobili, che si è registrata nella discussione
e negli emendamenti alla proposta del relatore, con un guadagno
apprezzabile in termini di trasparenza e partecipazione. Così
pure è significativo notare come in più di una occasione
gli interessi abbiano sostanzialmente chiesto un arbitrage alla
commissione. La proposta del relatore che si è espressa in
termini favorevoli con indirizzi (sul continuum controllo-indirizzo
per brevità sia consentito rinviare a N. Lupo) ha fortemente
segnato la proposta finale, sintomo del ruolo rilevante che ricopre
la scelta del relatore. Così come sono molto rilevanti i
suoi profili oltre che di competenza specifica (che non sono mai
mancati, evidentemente) anche relativi ai tipici poteri di un presidente
di collegio (ordine della discussione, invito al ritiro di proposte,
mediazione, riformulazioni del proprio parere, etc) tanto da farne,
in una ambiente dove tanto conta il rapporto personale, in sostanza
un dominus. Gli emendamenti sono pervenuti in gran parte
(ma non unicamente
) dalle opposizioni e oscillano dalla concreta
volontà di incidere, allintento meramente propagandistico,
alla rassicurazione degli interessi burocratici, infine alla chiara
volontà propositiva . Molto è dipeso, evidentemente,
dalla personalità e dalle competenze del presentatore.
Gli
emendamenti provenienti dalla maggioranza sono stati non pochi e
quasi sempre accolti senza problemi, il che consente di escludere
lipotesi quasi naturale di vedervi una accesa dialettica interna
ai partiti della maggioranza, come conosciuta nelle litigiose coalizioni
della cd. prima repubblica. La maggioranza è apparsa invece
coesa, come, quanto al profilo sopra menzionato, la commissione
è apparsa non di rado dimenticare la logica di maggioranza
e ingaggiare una dialettica anche seria con il governo. In questi
casi emerge la funzione di controllo politico del parlamento, che
per le opposizioni era stato determinante per la decisione di istituire
le commissioni speciali di cui si discute.
Quanto
ai profili procedimenti non è dato registrare, data la materia
tipicamente centrale, lintervento di soggetti
del pluralismo territoriale, il che avrebbe complicato di non molto
le logiche della mediazione, giacchè in tal caso il governo
tende ad impegnarsi con tali interessi più che con il parlamento
(della cui fiducia pure vive!).
Circa
i profili del recepimento le risultanze riflettono largamente le
conclusioni cui è pervenuta la ricerca collettiva, tanto
con i noti comportamenti discutibili del governo (cfr. Cerulli),
quanto con lo sforzo complessivo di attenzione che questo ha mostrato
verso il lavoro della commissione. Naturalmente qui interessa solo
marginalmente la percentuale del recepimento, che si è dimostrata
assai variabile ma in genere significativa. Semmai interessa di
più, in base agli obiettivi che ci siamo posti, evidenziarne
il "peso" politico.
E
fondamentale almeno evidenziare come attraverso tale procedura,
con le molteplici logiche che può seguire, è pienamente
confermata, e anzi rafforzata, la notevole elasticità
del modello della legislazione delegata evidenziata anni or sono
in dottrina (Staiano).
Lasciamo
qui da parte, per ragioni di spazio, il serio problema delle possibili
vie per assicurare il rispetto dei pareri, venendo in rilievo, ci
sembra, le problematiche dei limiti ulteriori e (secondo un noto
autore) il sindacato di ragionevolezza (costituzionale? amministrativa?).
Tale argomento, scientificamente autonomo rispetto alla nostra indagine,
sarà oggetto di una prossima riflessione (ma sia consentito
di rinviare al nostro scritto in bibliografia).
3. Conclusioni nel contesto delle contestuali vicende politico-istituzionali.
Operate tali (minime) osservazioni, restano ora da trarre alcune
conclusioni sullesperienza della cd. bicameralina.
Da
questo punto di vista, come si diceva in apertura, la via da percorrere
è linquadramento delloperato negli sviluppi della
transizione.
Lesperienza
nasce con un governo che dispone di una discreta base parlamentare
(seppure non sempre omogenea), un premier come se eletto,
e un programma pre-elettorale da attuare. Tali elementi, con il
concorso di una mutata posizione istituzionale del governo, nonché
con una accentuazione (forse voluta, più che creduta) maggioritaria,
hanno determinato, a fronte di una opposizione visibilmente scossa
dalla sconfitta, un governo con un atteggiamento spiccatamente direttivo
della propria maggioranza. Di tale atteggiamento sono parte ed espressione
pure le amplissime deleghe conferite per riformare i settori dellordinamento
e segnatamente la P.A.
Le
opposizioni hanno creduto di riconquistare, con la procedura in
parola, strenuamente richiesta, un proprio ruolo, ma tale ruolo
non è emerso appieno. Così si spiga la sostanziale
delusione che sarebbe una concausa dello stop alluso
delle commisisoni speciali, anche in attesa di verificarne i risultati
e le logiche concrete (cfr. Lupo).
Ci
pare vera invece unaltra osservazione. La commissione si inquadra
bene in quella fase della transizione che coincide con la caduta
del governo Prodi (su cui cfr. ampiamente Fabbrini e Olivetti).
In breve si può solo dire che gli ultimi tre anni sono stati
segnati totalmente da vicende parlamentari, ossia da quello che
si può chiamare il principio dellintesa. Principio
che poi è consolidatissimo nella nostra esperienza repubblicana
ma che nel biennio 1996-98 sembrava esser stato posto in ombra da
uno scenario (in certa misura realizzato, ma in buona parte propagandato)
come bipolare. La realtà e i wishful thiniking si
sono infranti davanti a convulse vicende politico istituzionali,
paragonabili solo a quelle del biennio 1992-93, con governi precipitati
alla durata media di quelli espressi dalla prima repubblica, consultazioni
e (i famigerati) vertici partitici, presidenti del Consiglio designati
in parlamento e privi di una legittimazione diretta (e siamo stati
testimoni di cosa sia accaduto quanto una qualche legittimazione
popolare, sia pure anomala, è stata ricercata
). Sul
versante parlamentare alcune novità dei regolamenti non adeguatamente
ponderate hanno prodotto una macroscopica frammentazione partitica
(le componenti) che sono state le signore della vita
politica italiana degli ultimi anni, facendo e disfacendo governi
con un evidente recupero, non integrale tuttavia, del potere di
contrattazione post elettorale. Evidentemente non si è trattato
di un (impossibile) ritorno alle regole materiali della cd. Prima
Repubblica ma pur sembra di un evidente mutamento di segno che ci
sembra irrevocabilmente, da ogni punto di vista (salvo quello partigiano,
che resta ovviamente fuori dal nostro discorso), una involuzione
politico istituzionale.
Tali
sintomi febbrili del sistema, destabilizzato anche da
fattori casuali mentre cercava faticosamente un suo punto di equilibrio,
ci pare che si siano riflettuti profondamente anche sulloperato,
pure ovattato e reso relativamente impermeabile dalla professionalità
dei componenti, della commissione bicameralina. In tale contesto
va inquadrato pure il declino delluso della delega (oltre
che, ovviamente, simbolo tra i sintomi, lazzeramento delle
questioni di fiducia!) e il brusco arresto dellesperienza
delle commissioni speciali, che era sembrata avere un luminoso avvenire.
Levoluzione
politico-istituzionale sembra non essere estranea alla frustrazione
delle opposizione nelluso concreto dello strumento, così
come sembra potersi affermare che, in certa misura, la commissione
ha mutato logica, rappresentando il parlamento (saremmo tentati
di dire la sua centralità, beninteso non come
luogo della determinazione dellindirizzo politico, quanto
come sede delle scelte politiche fondamentali italiane, in luogo
delle elezioni) listituzione contro il governo.
In tale atteggiamento di rivincita (ma la rivendicazione esisteva
già prima, manifestata come pretesa ad impedire la propria
marginalizzazione) è apparsa forte la dialettica tra maggioranza
della commissione e governo. Lopposizione ne è uscita
con le ali tarpate, giacchè avrebbe avuto tutto da guadagnare
da una compiuta dialettica bipolare.
In
conclusione non vogliamo qui affermare, semplicisticamente, che
la commissione sia stata una arma del parlamento contro il governo.
Controlimiti erano la qualità degli uomini che la componevano,
la relativa rilassatezza del clima delle commissioni rispetto allaula,
spesso la tecnicità degli argomenti in discussione che si
prestavano poco al puro intento di lotta politica. Daltra
parte la commissione era stata chiaramente istituita, soprattutto
nelle intenzioni dei presidenti delle Camere, come un tassello di
un sistema compiutamente bipolare, nel quale competano due poli
alternativi e sia presente un governo autorevole. Tuttavia molto
potrebbero essere gli elementi tanto procedurali che fattuali che
si potrebbero invocare in contrario. E comunque resta che la contingenza
politica sembra aver non poco deviato (o piegato) le
concrete logiche operative della commissione. Il (doveroso) riequilibrio
istituzionale del parlamento, con una maggioranza quasi remissiva
rispetto al governo, si è confuso con la (contingente) rivendicazione
politica, soprattutto ad opera di taluni settori della stessa.
A
noi pare che il brusco arresto nella creazione di tale tipo di commissioni
sia fondato oltre che sui rilevati problemi organizzativi e sul
disincanto delle opposizioni che pensava di controllare a
valle un governo che aveva ottenuto vasti poteri a monte,
espropriando di fatto il parlamento (e dunque anche le prerogative
dellopposizione), anche, se non soprattutto, dalla lacerazione,
trasversale agli schieramenti, del mondo politico sulla direzione
da imprimere alla transizione del sistema politico italiano.
Mancando
un chiaro disegno, come è apparso evidente nei mesi scorsi,
sulla posizione del governo in parlamento, sullo statuto della opposizione,
sulla riforma delle istituzioni e della legge elettorale, per una
volta almeno, la inerzia della politica pare avvilirci di meno.