I processi di globalizzazione economica
hanno senza dubbio dato nuovo impulso alla promozione dei diritti
fondamentali dell'uomo nella formulazione che è, per certi versi,
comune a tutto il mondo occidentale. Il fondamento giuridico di tale
generale condivisione, è costituito dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo, predisposta dalle Nazioni Unite che, al di
là delle contingenti riserve dei sottoscrittori, sembra assegnare
il carattere dell'universalità ai principi enunciati, che potrebbe
suggerire la possibile estensione degli stessi al mondo non occidentale
(1). L'ambizione emerge infatti già dal paragrafo 5 della Dichiarazione
che afferma appunto che tutti i diritti umani sono universali e indivisibili.
Tale concezione denuncia l'intento che caratterizza tutta l'attività
delle Nazioni Unite nel settore dei diritti fondamentali. Gli standard
di diritti fondamentali che si sono imposti, e che sono generalmente
condivisi nel mondo occidentale vengono dunque considerati validi
ed estensibili in maniera immediata al resto del mondo (2. In particolare,
questo modus procedendi non considera rilevante il fatto che
esistano delle specifiche identità particolari, associate a determinate
aree geografiche o culturali che potrebbero non condividere, o almeno
non condividere completamente gli standard di diritti fondamentali
così come oggi vengono definiti in Occidente. Tali particolarità sono
invece sottolineate con forza proprio nei confronti dei diritti umani
da importanti esponenti asiatici e africani. In effetti, le Nazioni
Unite non negano l'esistenza delle particolarità culturali derivanti
da origine storiche e religiose peculiari (3), ma affermano che proprio
la protezione di queste identità, postula la necessità irrinunciabile
di assicurare quantomeno l'effettività dei diritti fondamentali riconosciuti
nella Dichiarazione Universale e nelle Convenzioni internazionali.
Questa concezione è stata tra l'altro sviluppata nel corso della Conferenza
Mondiale sui diritti dell'uomo tenutasi a Vienna nel 1993. In questa
sede si è infatti affermato che i diritti fondamentali dell'uomo costituiscono
il prodotto del lavoro della Comunità internazionale e che perciò
costituiscono patrimonio comune dell'umanità. Partendo da questa considerazione,
l'esistenza di differenze culturali non postula la necessità di rigettare
il concetto di universalità dei diritti fondamentali, ma al contrario
la possibilità di estenderlo in modo ancora più capillare attraverso
il pacifico dialogo interculturale(4).
In realtà, nel contesto storico in cui ha
preso le mosse il lavoro svolto dalle Nazioni Unite, la promozione
e la stessa enucleazione dei diritti fondamentali dell'Uomo soprattutto
a livello internazionale era pressoché inesistente.
L'idea di attivarsi per la promozione ed
il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo a livello sovranazionale
si fece infatti spazio in maniera concreta successivamente alla fine
della seconda guerra mondiale. L'orrore provocato dalla scoperta dei
campi di concentramento nazisti, convinse le Nazioni vincitrici della
guerra ad impegnarsi perché in futuro non si ripetessero palesi violazioni
della dignità e dell'integrità della persona umana senza che la Comunità
internazionale facesse niente per opporvisi (5). La dichiarazione
Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948 (6), che ha
l'importante merito di comprendere al contempo l'elencazione di diritti
civili e politici, economici, sociali e culturali, oltre che di prevedere
concreti meccanismi di intervento, ha raggiunto l'obiettivo di contribuire
allo smantellamento dell'assetto coloniale e nella successiva predisposizione
delle Carte costituzionali dei nuovi stati (7). Ciò che non convince
è però la pretesa universalità dei diritti contenuti nella Dichiarazione
oltre che l'eccessivo potere concentrato nelle mani di poche potenze
che di fatto hanno piena facoltà di decidere quali siano i diritti
fondamentali dell'uomo, dove sia necessario intervenire per garantirne
il rispetto ed in quale maniera. In effetti, il Consiglio di Sicurezza
dell'ONU sin dalla seconda metà del secolo scorso, è stato dominato
dallo strapotere delle cinque nazioni vincitrici della seconda guerra
mondiale, e la situazione è peggiorata con la fine della Guerra Fredda
dal momento che la predominanza della Nato e degli USA in seno al
Consiglio si è fatta quasi incontrastata (8).
nonostante queste deviazioni è innegabile
che in questi cinquant'anni, grazie anche al lavoro delle Nazioni
Unite il livello di diffusione dei diritti fondamentali dell'uomo
è costantemente aumentato e siamo ormai arrivati ad un punto nel quale
si rende necessario l'apertura di un dialogo tra il mondo occidentale
e le altre identità culturali non occidentali, al fine di creare un
catalogo di diritti fondamentali generalmente condiviso che possa
definirsi realmente universale. Questo problema è reso ancor più evidente
dalla considerazione svolta da J. Symonides, circa l'enorme diffusione
del fenomeno dell'indigenous people, cioè di soggetti
che essendo gli originari abitanti di una determinata porzione di
territorio, si trovano ad essere governati da collettività che non
condividono la propria identità culturale. Questo fenomeno che interessa
oltre 350 milioni di persone sparse nel mondo, ripropone drammaticamente
il problema di soggetti che hanno una propria specificità culturale
e una propria elaborazione dei concetti di diritti umani, ma che non
possono metterli in pratica perché non detengono il potere politico
e sono spesso per questo motivo soggetti a ripetute, gravi, discriminazioni
(9). Non sussiste alcun dubbio che in questi casi sia stato innanzitutto
necessario affrancare dalla prevaricazione tali situazioni specifiche,
promuovendo il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo così come
enucleati dalla Dichiarazione Universale, ma per non sommare prevaricazione
a prevaricazione, è altrettanto innegabile che la diffusione dei diritti
fondamentali non può prescindere dal confronto con le specificità
culturali che possono realisticamente non condividere in toto
i valori cardine della società occidentale.
Questa eventualità è oggi resa possibile
dall'emergere di una nuova era tecnologica che annullando le distanze
geografiche ha permesso il contatto tra le diverse identità culturali
presenti nel globo, e di creare una base culturale comune per il tramite
della effettiva conoscenza reciproca (10). E´ innegabile che il fenomeno
socioculturale creato da Internet potrebbe paradossalmente aggravare
la situazione delle aree disagiate (11) del mondo che si allontanerebbero
ancora di più dal resto del pianeta qualora non fossero messe in grado
di usufruire dei nuovi mezzi di comunicazione, ma ciò deve essere
preso come ulteriore sprone a mettere a disposizione di ogni area
geografica mondiale le condizioni minime per poter usufruire delle
nuove tecnologie (12); ciò anche se non va sottovalutato che il fenomeno
Internet abbia altresì un lato oscuro, quale la diffusione per via
telematica di idee inneggianti all'intolleranza (13).
Al di là di queste impellenti necessità,
sembra comunque che si stia creando una sorta di Villaggio Globale,
costituito da una generazione di persone che pur distanti migliaia
di miglia, soggette a regimi i più variegati, cominciano a condividere
modo di vestire, modo di mangiare (14), stile di vita e che pongono
alla base di tutto questo la progressiva condivisione di valori comuni.
Accanto a questi effetti in qualche modo benefici della globalizzazione
non manca chi sottolinea l'emergere di problemi legati proprio al
rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo.
Il proliferare di imprese multinazionali
e transnazionali che intervengono sulla scena politico-economica degli
stati anche in forma di lobbies, causerebbero disgregazione e l'emergere
di conflitti etnici e religiosi. Di fronte a questi colossi economici
i soggetti cui era affidato il compito di difendere i diritti fondamentali,
e cioè gli stati nazionali, non sarebbero più in grado di controllare
la situazione con meccanismi che si rivelano ormai obsoleti e inadeguati
(15). Gli stati nazionali, nella società globale, per ciò che riguarda
la protezione dei diritti fondamentali, dovrebbero dunque cedere il
passo al monitoraggio di soggetti sovranazionali, e di organizzazioni
non governative, più capaci di evidenziare e reprimere eventuali abusi
perché operanti anch'essi su scala globale.
A stare a questa posizione il lavoro delle organizzazioni
non governative e degli organismi delle Nazioni Unite dovrebbe quindi
essere legato da un unico filo conduttore, e cioè l'accettazione universale
dei principi contenuti nella Dichiarazione dei diritti fondamentali
dell'uomo.
In questo modo tuttavia, la posizione delle
Nazioni Unite sui diritti umani continua a non riconoscere la condivisibilitá
di valori fondamentali contrastanti con quelli delineati nella Dichiarazione
Universale dei diritti dell'Uomo e negli altri documenti che a questa
si collegano e ispirano (16), lasciando chiaramente intendere che
la Dichiarazione Universale mira ad essere un catalogo esclusivo.
Questo atteggiamento ha causato, tra l'altro,
la reazione del mondo asiatico che è venuto delineando una propria
tipologia di diritti fondamentali regionali, diversi e contrapposti
a quelli occidentali ispirati ai c.d. Asian Values ("valori
asiatici") (17). Questa iniziativa riflette la volontà del mondo estremo-orientale
di non accettare un semplice trapianto dei concetti che si sono venuti
enucleando in Occidente, senza l'apertura di un dibattito che tenga
conto delle specificità culturali, in modo tale da acquisire delle
basi teoriche veramente comuni. Questa insistente richiesta non sembra
peraltro venir accetta dal mondo occidentale che continua a prendere
in considerazione le peculiarità delle singole aree geografiche cui
si rivolge, esclusivamente al fine di impiantare in maniera graduale
i propri concetti di diritti fondamentali.
Forse è per questo motivo che l'elaborazione
dei valori asiatici viene, sin dai primi contatti con il mondo Occidentale,
a coincidere con un assoluto rifiuto dei principi fondamentali propri
dell'Occidente, attraverso la promozione di una cultura che evidenzi
al massimo le differenze le peculiarità orientali.
In particolare le maggiori caratteristiche
tipiche dei c.d. valori asiatici si raccolgono intorno ad una serie
di concetti comuni soprattutto all'Asia orientale e sud-orientale.
Il tratto essenziale che caratterizza tale elaborazione è la costante
attenzione rivolta alla Comunità piuttosto che al singolo individuo
(18). In questo modo si vengono a privilegiare in modo maggiore gli
aspetti legati all'Ordine e all'armonia sociali piuttosto che assicurare
sempre e comunque lo sviluppo della libertà personale. Da ciò deriva
una particolare considerazione etica del sacrificio e del duro lavoro
ed un particolare culto della lealtà familiare. Questi valori sono
tra l'altro enfatizzati da un collante di tipo religioso, quale il
Confucianesimo, in quanto risulta costante il rifiuto di emarginare
la religione rispetto alle altre sfere della vita (19).
Conseguentemente, l'elaborazione di tali
principi, culmina nell'assoluto rifiuto di accogliere il sistema Occidentale,
soprattutto nella variante americana, in modo indiscriminato. Il modello
Occidentale, che pone la massima tutela al singolo viene infatti considerato
come foriero di numerosi effetti indesiderati, quali il possesso individuale
di armi, la droga, la diffusione dei crimini violenti, il vagabondaggio,
e di tutti quegli elementi che portano ad una situazione di grave
disordine sociale.
Senza approfondire ulteriormente quanto
accennato risulta comunque necessario prendere atto che intorno alla
c.d. Universalità dei diritti fondamentali dell'uomo non esiste una
condivisione generalizzata né all'interno del mondo Occidentale, né
con maggiori argomentazioni in ambito esterno.
Questa considerazione, per ciò che riguarda
la concezione dei diritti fondamentali in parte dell'Asia deve altresì
essere integrata dal fatto che alcune regioni Orientali stanno conoscendo
un inusitato sviluppo economico, reso ancor più evidente dai meccanismi
innescati dalla globalizzazione (20). Questo impressionante sviluppo,
unitamente alla consistenza demografica, lasciano presagire che tali
regioni assumeranno in futuro, un ruolo di primo piano sulla scena
politica mondiale, e difficilmente accetteranno di buon grado l'estensione
globale di valori fondamentali che non sentono completamente propri
(21).
A ciò deve aggiungersi, il fatto che lo sviluppo delle
telecomunicazioni di massa e delle tecnologie, ha accelerato di molto
il processo conoscitivo orientale, che ha adesso tutti gli strumenti
per avere l'esatta percezione e conoscenza del mondo Occidentale,
mentre altrettanto non può dirsi del contrario soprattutto a causa
delle,ad oggi, insuperabili difficoltà di ordine linguistico. Per
questi motivi, un'ultima notazione deve necessariamente riguardare
le conseguenze pratiche che la teoria dell'Universalità dei Diritti
Fondamentali dell'Uomo, ha comportato in diritto internazionale.
Infatti, anche a voler condividere l'affermazione
circa l'esistenza di una serie di diritti fondamentali cui offrire
protezione anche a livello internazionale, ciò non può in nessun modo
essere utilizzato per giustificare interventi di tipo armato (22).
Al di là di ogni notazione di carattere politico, i recenti sviluppi
che hanno portato ad elaborare il concetto di "guerra umanitaria"
assomigliano infatti più a nuovi pretesti per giustificare i vecchi
istinti di sopraffazione, che a un metodo per diffondere il rispetto
dei diritti fondamentali, atteso che il concetto di "guerra" collide
in maniera non sanabile con quello di "Diritti Fondamentali dell'Uomo".
Questo articolo
è parte di un più ampio lavoro pubblicato presso il SEU (Servizio
Editoriale Universitario- Pisa, dal titolo "La tutela dei diritti
fondamentali: contesti e prospettive") nel 2001.
Note bibliografiche
(1) Cfr. A. Sen, Lo sviluppo è libertá, Milano, Mondadori, 2000; cfr. anche
J. Donnelly, Human Rights and Asian Values: A defense of "Western"
Universalism, in The East Asian Challenge for Human Rigthts, edited
by J.R. Bauer- D.A. Bell, Cambridge, Cambridge University Press, 1999,
pp. 60-88.
(2) Si riproduce
cosí anche nell'ambito giuridico la nota distinzione "The West/The
Rest", tipica per esempio degli studi politologici, su cui vedi fra
gli altri S. P. Huntington,
Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale,
Milano,1997.
(3)
Il principio è affermato giá nell'art. 2 della Carta delle
Nazioni Unite, e ribadito al Titolo ottavo dell'atto finale della
Conferenza di Helsinki 1975.
(4) Cfr. l'Atto
Finale della conferenza di Vienna del 1993, in ordine al quale
è comunque necessario tenere presente la posizione di distacco di
alcuni delegati provenienti principalmente dall'Asia espressa nella
Dichiarazione di Bangkok del
1993. Tale Dichiarazione si contrappone infatti alla contemporanea
Dichiarazione di Bangkok delle NGO, facenti capo alle Nazioni Unite,
che recepisce in toto i principi contenuti nella Dichiarazione
di Vienna.
(5) Le Nazioni
Unite nascono in embrione come coalizione di 26 stati impegnati nella
seconda guerra mondiale, e vengono ufficialmente ad esistenza il 24
ottobre 1945 con la partecipazione dei paesi vincitori della guerra.
Le finalità dell'Organizzazione sono già visibili nel Preambolo della
Carta delle Nazioni Unite che sollecita la cooperazione degli Stati
al fine di promuovere il rispetto della dignità umana, dell'uguaglianza
delle persone senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o religione
(all'interno della Carta, gli articoli che fanno riferimento ai diritti
fondamentali dell'uomo sono: artt. 1; 13; 55; 62;
68; 76). Sul tema K.A. Annan,
Common destiny, new resolve, United Nations, New York,
2000.
(6) La
Dichiarazione è stata poi integrata da altri quattro fondamentali
documenti: 1) The International Covenant on Economic, Social and Cultural
Rights (1966)- 2) The International Covenant on Civil and Political
Rights (1966)- 3-4) The two Operational Protocols to the latter Covenant.
La Dichiarazione e questi altri quattro documenti costituiscono
il c.d. Bill of Rights.
(7) Cfr. A Kiss, The role of Universal Declaration on Human Rights in
the development of international law, in Bullettin of Human
Rights, United Nations, New York, 1988, p. 47 sgg.
(8) Sul punto
si veda D. Zolo, I signori della pace: una critica al globalismo
giuridico, Carocci, Roma, 1998.
(9) Cfr.
J. Symonides, Human
Rights: Concept and Standards, Unesco Publishing, Aldershot, 2000,
p. 301 sgg.
(10) L'importanza
del fenomeno è del resto sottolineata dal fatto che l'organizzazione
delle Nazioni Unite pone grande attenzione al mondo della comunicazione,
confidando nell'enorme potere dei Networks nella diffusione mondiale
dei progetti di sviluppo promossi dall'uomo. Da sottolineare anche
lo sviluppo delle comunicazioni via Internet; nel corso del solo 1999
infatti i servizi online delle Nazioni Unite sono stati utilizzati
da 133 paesi, ed il numero risulta in costante aumento.
(11) Cfr.
Z. Bauman, Dentro la Globalizazione, Laterza, Roma-Bari,
1999, p. 80, il quale afferma che la globalizzazione ha dato ai ricchi
maggiori possibilitá di guadagno e ha messo ai margini due terzi della
popolazione mondiale.
(12) Si
veda sul punto Aa.Vv.,
Global Public Goods: International cooperation in the 21th century,
New York , 1999, p. 357.
(13) K.A. Annan, Preventing war and disaster:
A growing Global Challenge, New York, p. 88 sgg.
(14) Contra cfr.
da ultimo Flavia Monceri, McWest, McEast, McGlobe:
I problemi del "mondo alla McDonald's", in Mondi Globali,
a cura di B. Henry,
edizioni ETS, Pisa, 2000, p. 161 sgg.
(15) Cfr. M.W. Zacher, The United Nations and Global Commerce,
New York, 1999, che sottolinea l'inadeguatezza di un livello di semplice
livello statale.
(16) Cfr.
A. Eide, The historical
significance of The Universal Declaration, in International
Social Science Journal, dicembre 1998, p.471 sgg.
(17) Cfr.
J. Couquelin- P. Lim- B. Mayer-Konig, Asian Values: Encounter
with diversity, Richmond, Curzon Press, 2000; cfr. anche G. Sheridan,
Asian Values, Western Dreams: Understanding the new Asia,
St Leonards, Allen & Unwin, 1999.
(18) Cfr. A.
Rinella-L. Coen- R. Scarcigna (a cura di), Sussidiarietà
e ordinamenti costituzionali. Esperienze a confronto, Padova 1999.
(19) Su questi
temi cfr. F. Zakaria,
Culture is Destiny. A Conversation with
Lee Kuan Yew, in Foreign Affairs,
73 (1994), n. 2, pp. 109-126.
(20) In
questo contesto cfr. S.J. Han,
Asian Values: An Asset or a Liability?, in S. J. Han
(ed.), Changing Values in Asia. Their Impact on Governance
and Development, pp. 3-13, che evidenzia l'unicità del caso giapponese
in Asia. Il paese che piú rappresenta lo sviluppo economico dell'Asia,
è infatti portatore di un'identità che si differenzia tanto dall'Occidente
che dal resto dell'Asia.
(21) Cfr.
B. R. Barber, Jihad
vs. Mc. World: How globalism and tribalism are reshaping the world,
Ballantine Books, New York, 1996.
(22) In senso
affine si veda D. Zolo,
Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi,
Torino, 2000.
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