L'impatto della globalizzazione sui c. d. diritti fondamentali dell'uomo

Francesco Monceri

(Cultore della materia Diritto pubblico presso la Facoltà di Economia e commercio, Università di Pisa)

I processi di globalizzazione economica hanno senza dubbio dato nuovo impulso alla promozione dei diritti fondamentali dell'uomo nella formulazione che è, per certi versi, comune a tutto il mondo occidentale. Il fondamento giuridico di tale generale condivisione, è costituito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, predisposta dalle Nazioni Unite che, al di là delle contingenti riserve dei sottoscrittori, sembra assegnare il carattere dell'universalità ai principi enunciati, che potrebbe suggerire la possibile estensione degli stessi al mondo non occidentale (1). L'ambizione emerge infatti già dal paragrafo 5 della Dichiarazione che afferma appunto che tutti i diritti umani sono universali e indivisibili. Tale concezione denuncia l'intento che caratterizza tutta l'attività delle Nazioni Unite nel settore dei diritti fondamentali. Gli standard di diritti fondamentali che si sono imposti, e che sono generalmente condivisi nel mondo occidentale vengono dunque considerati validi ed estensibili in maniera immediata al resto del mondo (2. In particolare, questo modus procedendi non considera rilevante il fatto che esistano delle specifiche identità particolari, associate a determinate aree geografiche o culturali che potrebbero non condividere, o almeno non condividere completamente gli standard di diritti fondamentali così come oggi vengono definiti in Occidente. Tali particolarità sono invece sottolineate con forza proprio nei confronti dei diritti umani da importanti esponenti asiatici e africani. In effetti, le Nazioni Unite non negano l'esistenza delle particolarità culturali derivanti da origine storiche e religiose peculiari (3), ma affermano che proprio la protezione di queste identità, postula la necessità irrinunciabile di assicurare quantomeno l'effettività dei diritti fondamentali riconosciuti nella Dichiarazione Universale e nelle Convenzioni internazionali. Questa concezione è stata tra l'altro sviluppata nel corso della Conferenza Mondiale sui diritti dell'uomo tenutasi a Vienna nel 1993. In questa sede si è infatti affermato che i diritti fondamentali dell'uomo costituiscono il prodotto del lavoro della Comunità internazionale e che perciò costituiscono patrimonio comune dell'umanità. Partendo da questa considerazione, l'esistenza di differenze culturali non postula la necessità di rigettare il concetto di universalità dei diritti fondamentali, ma al contrario la possibilità di estenderlo in modo ancora più capillare attraverso il pacifico dialogo interculturale(4).

In realtà, nel contesto storico in cui ha preso le mosse il lavoro svolto dalle Nazioni Unite, la promozione e la stessa enucleazione dei diritti fondamentali dell'Uomo soprattutto a livello internazionale era pressoché inesistente.

L'idea di attivarsi per la promozione ed il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo a livello sovranazionale si fece infatti spazio in maniera concreta successivamente alla fine della seconda guerra mondiale. L'orrore provocato dalla scoperta dei campi di concentramento nazisti, convinse le Nazioni vincitrici della guerra ad impegnarsi perché in futuro non si ripetessero palesi violazioni della dignità e dell'integrità della persona umana senza che la Comunità internazionale facesse niente per opporvisi (5). La dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948 (6), che ha l'importante merito di comprendere al contempo l'elencazione di diritti civili e politici, economici, sociali e culturali, oltre che di prevedere concreti meccanismi di intervento, ha raggiunto l'obiettivo di contribuire allo smantellamento dell'assetto coloniale e nella successiva predisposizione delle Carte costituzionali dei nuovi stati (7). Ciò che non convince è però la pretesa universalità dei diritti contenuti nella Dichiarazione oltre che l'eccessivo potere concentrato nelle mani di poche potenze che di fatto hanno piena facoltà di decidere quali siano i diritti fondamentali dell'uomo, dove sia necessario intervenire per garantirne il rispetto ed in quale maniera. In effetti, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU sin dalla seconda metà del secolo scorso, è stato dominato dallo strapotere delle cinque nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale, e la situazione è peggiorata con la fine della Guerra Fredda dal momento che la predominanza della Nato e degli USA in seno al Consiglio si è fatta quasi incontrastata (8).

nonostante queste deviazioni è innegabile che in questi cinquant'anni, grazie anche al lavoro delle Nazioni Unite il livello di diffusione dei diritti fondamentali dell'uomo è costantemente aumentato e siamo ormai arrivati ad un punto nel quale si rende necessario l'apertura di un dialogo tra il mondo occidentale e le altre identità culturali non occidentali, al fine di creare un catalogo di diritti fondamentali generalmente condiviso che possa definirsi realmente universale. Questo problema è reso ancor più evidente dalla considerazione svolta da J. Symonides, circa l'enorme diffusione del fenomeno dell'indigenous people, cioè di soggetti che essendo gli originari abitanti di una determinata porzione di territorio, si trovano ad essere governati da collettività che non condividono la propria identità culturale. Questo fenomeno che interessa oltre 350 milioni di persone sparse nel mondo, ripropone drammaticamente il problema di soggetti che hanno una propria specificità culturale e una propria elaborazione dei concetti di diritti umani, ma che non possono metterli in pratica perché non detengono il potere politico e sono spesso per questo motivo soggetti a ripetute, gravi, discriminazioni (9). Non sussiste alcun dubbio che in questi casi sia stato innanzitutto necessario affrancare dalla prevaricazione tali situazioni specifiche, promuovendo il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo così come enucleati dalla Dichiarazione Universale, ma per non sommare prevaricazione a prevaricazione, è altrettanto innegabile che la diffusione dei diritti fondamentali non può prescindere dal confronto con le specificità culturali che possono realisticamente non condividere in toto i valori cardine della società occidentale.

Questa eventualità è oggi resa possibile dall'emergere di una nuova era tecnologica che annullando le distanze geografiche ha permesso il contatto tra le diverse identità culturali presenti nel globo, e di creare una base culturale comune per il tramite della effettiva conoscenza reciproca (10). E´ innegabile che il fenomeno socioculturale creato da Internet potrebbe paradossalmente aggravare la situazione delle aree disagiate (11) del mondo che si allontanerebbero ancora di più dal resto del pianeta qualora non fossero messe in grado di usufruire dei nuovi mezzi di comunicazione, ma ciò deve essere preso come ulteriore sprone a mettere a disposizione di ogni area geografica mondiale le condizioni minime per poter usufruire delle nuove tecnologie (12); ciò anche se non va sottovalutato che il fenomeno Internet abbia altresì un lato oscuro, quale la diffusione per via telematica di idee inneggianti all'intolleranza (13).

 Al di là di queste impellenti necessità, sembra comunque che si stia creando una sorta di Villaggio Globale, costituito da una generazione di persone che pur distanti migliaia di miglia, soggette a regimi i più variegati, cominciano a condividere modo di vestire, modo di mangiare (14), stile di vita e che pongono alla base di tutto questo la progressiva condivisione di valori comuni. Accanto a questi effetti in qualche modo benefici della globalizzazione non manca chi sottolinea l'emergere di problemi legati proprio al rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo.

Il proliferare di imprese multinazionali e transnazionali che intervengono sulla scena politico-economica degli stati anche in forma di lobbies, causerebbero disgregazione e l'emergere di conflitti etnici e religiosi. Di fronte a questi colossi economici i soggetti cui era affidato il compito di difendere i diritti fondamentali, e cioè gli stati nazionali, non sarebbero più in grado di controllare la situazione con meccanismi che si rivelano ormai obsoleti e inadeguati (15). Gli stati nazionali, nella società globale, per ciò che riguarda la protezione dei diritti fondamentali, dovrebbero dunque cedere il passo al monitoraggio di soggetti sovranazionali, e di organizzazioni non governative, più capaci di evidenziare e reprimere eventuali abusi perché operanti anch'essi su scala globale.

A stare a questa posizione il lavoro delle organizzazioni non governative e degli organismi delle Nazioni Unite dovrebbe quindi essere legato da un unico filo conduttore, e cioè l'accettazione universale dei principi contenuti nella  Dichiarazione dei diritti fondamentali dell'uomo.

In questo modo tuttavia, la posizione delle Nazioni Unite sui diritti umani continua a non riconoscere la condivisibilitá di valori fondamentali contrastanti con quelli delineati nella Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo e negli altri documenti che a questa si collegano e ispirano (16), lasciando chiaramente intendere che la Dichiarazione Universale mira ad essere un catalogo esclusivo.

Questo atteggiamento ha causato, tra l'altro, la reazione del mondo asiatico che è venuto delineando una propria tipologia di diritti fondamentali regionali, diversi e contrapposti a quelli occidentali ispirati ai c.d. Asian Values ("valori asiatici") (17). Questa iniziativa riflette la volontà del mondo estremo-orientale di non accettare un semplice trapianto dei concetti che si sono venuti enucleando in Occidente, senza l'apertura di un dibattito che tenga conto delle specificità culturali, in modo tale da acquisire delle basi teoriche veramente comuni. Questa insistente richiesta non sembra peraltro venir accetta dal mondo occidentale che continua a prendere in considerazione le peculiarità delle singole aree geografiche cui si rivolge, esclusivamente al fine di impiantare in maniera graduale i propri concetti di diritti fondamentali.

Forse è per questo motivo che l'elaborazione dei valori asiatici viene, sin dai primi contatti con il mondo Occidentale, a coincidere con un assoluto rifiuto dei principi fondamentali propri dell'Occidente, attraverso la promozione di una cultura che evidenzi al massimo le differenze le peculiarità orientali.

In particolare le maggiori caratteristiche tipiche dei c.d. valori asiatici si raccolgono intorno ad una serie di concetti comuni soprattutto all'Asia orientale e sud-orientale. Il tratto essenziale che caratterizza tale elaborazione è la costante attenzione rivolta alla Comunità piuttosto che al singolo individuo (18). In questo modo si vengono a privilegiare in modo maggiore gli aspetti legati all'Ordine e all'armonia sociali piuttosto che assicurare sempre e comunque lo sviluppo della libertà personale. Da ciò deriva una particolare considerazione etica del sacrificio e del duro lavoro ed un particolare culto della lealtà familiare. Questi valori sono tra l'altro enfatizzati da un collante di tipo religioso, quale il Confucianesimo, in quanto risulta costante il rifiuto di emarginare la religione rispetto alle altre sfere della vita (19).

Conseguentemente, l'elaborazione di tali principi, culmina nell'assoluto rifiuto di accogliere il sistema Occidentale, soprattutto nella variante americana, in modo indiscriminato. Il modello Occidentale, che pone la massima tutela al singolo viene infatti considerato come foriero di numerosi effetti indesiderati, quali il possesso individuale di armi, la droga, la diffusione dei crimini violenti, il vagabondaggio, e di tutti quegli elementi che portano ad una situazione di grave disordine sociale.

Senza approfondire ulteriormente quanto accennato risulta comunque necessario prendere atto che intorno alla c.d. Universalità dei diritti fondamentali dell'uomo non esiste una condivisione generalizzata né all'interno del mondo Occidentale, né con maggiori argomentazioni in ambito esterno.

Questa considerazione, per ciò che riguarda la concezione dei diritti fondamentali in parte dell'Asia deve altresì essere integrata dal fatto che alcune regioni Orientali stanno conoscendo un inusitato sviluppo economico, reso ancor più evidente dai meccanismi innescati dalla globalizzazione (20). Questo impressionante sviluppo, unitamente alla consistenza demografica, lasciano presagire che tali regioni assumeranno in futuro, un ruolo di primo piano sulla scena politica mondiale, e difficilmente accetteranno di buon grado l'estensione globale di valori fondamentali che non sentono completamente propri (21).

A ciò deve aggiungersi, il fatto che lo sviluppo delle telecomunicazioni di massa e delle tecnologie, ha accelerato di molto il processo conoscitivo orientale, che ha adesso tutti gli strumenti per avere l'esatta percezione e conoscenza del mondo Occidentale, mentre altrettanto non può dirsi del contrario soprattutto a causa delle,ad oggi, insuperabili difficoltà di ordine linguistico. Per questi motivi, un'ultima notazione deve necessariamente  riguardare le conseguenze pratiche  che la teoria dell'Universalità dei Diritti Fondamentali dell'Uomo, ha comportato in diritto internazionale.

Infatti, anche a voler condividere l'affermazione circa l'esistenza di una serie di diritti fondamentali cui offrire protezione anche a livello internazionale, ciò non può in nessun modo essere utilizzato per giustificare interventi di tipo armato (22). Al di là di ogni notazione di carattere politico, i recenti sviluppi che hanno portato ad elaborare il concetto di "guerra umanitaria" assomigliano infatti più a nuovi pretesti per giustificare i vecchi istinti di sopraffazione, che a un metodo per diffondere il rispetto dei diritti fondamentali, atteso che il concetto di "guerra" collide in maniera non sanabile con quello di "Diritti Fondamentali dell'Uomo".

Questo articolo è parte di un più ampio lavoro pubblicato presso il SEU (Servizio Editoriale Universitario- Pisa, dal titolo "La tutela dei diritti fondamentali: contesti e prospettive") nel 2001.

Note bibliografiche

(1) Cfr. A. Sen, Lo sviluppo è libertá, Milano, Mondadori, 2000; cfr. anche J. Donnelly, Human Rights and Asian Values: A defense of "Western" Universalism, in The East Asian Challenge for Human Rigthts, edited by J.R. Bauer- D.A. Bell, Cambridge, Cambridge University Press, 1999, pp. 60-88.

(2) Si riproduce cosí anche nell'ambito giuridico la nota distinzione "The West/The Rest", tipica per esempio degli studi politologici, su cui vedi fra gli altri S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano,1997.

(3) Il principio è affermato giá nell'art. 2 della Carta delle Nazioni Unite, e ribadito al Titolo ottavo dell'atto finale della Conferenza di Helsinki 1975.

(4) Cfr. l'Atto Finale della conferenza di Vienna del 1993, in ordine al quale è comunque necessario tenere presente la posizione di distacco di alcuni delegati provenienti principalmente dall'Asia espressa nella Dichiarazione di Bangkok del 1993. Tale Dichiarazione si contrappone infatti alla contemporanea Dichiarazione di Bangkok delle NGO, facenti capo alle Nazioni Unite, che recepisce in toto i principi contenuti nella Dichiarazione di Vienna.

(5) Le Nazioni Unite nascono in embrione come coalizione di 26 stati impegnati nella seconda guerra mondiale, e vengono ufficialmente ad esistenza il 24 ottobre 1945 con la partecipazione dei paesi vincitori della guerra. Le finalità dell'Organizzazione sono già visibili nel Preambolo della Carta delle Nazioni Unite che sollecita la cooperazione degli Stati al fine di promuovere il rispetto della dignità umana, dell'uguaglianza delle persone senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o religione (all'interno della Carta, gli articoli che fanno riferimento ai diritti fondamentali dell'uomo sono: artt. 1; 13; 55; 62; 68; 76). Sul tema K.A. Annan, Common destiny, new resolve, United Nations, New York, 2000.

(6) La Dichiarazione è stata poi integrata da altri quattro fondamentali documenti: 1) The International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (1966)- 2) The International Covenant on Civil and Political Rights (1966)- 3-4) The two Operational Protocols to the latter Covenant. La Dichiarazione e questi altri quattro documenti costituiscono il c.d. Bill of Rights.

(7) Cfr. A Kiss, The role of Universal Declaration on Human Rights in the development of international law, in Bullettin of Human Rights, United Nations, New York, 1988, p. 47 sgg.

(8) Sul punto si veda D. Zolo, I signori della pace: una critica al globalismo giuridico, Carocci, Roma, 1998.

(9) Cfr. J. Symonides, Human Rights: Concept and Standards, Unesco Publishing, Aldershot, 2000, p. 301 sgg.

(10) L'importanza del fenomeno è del resto sottolineata dal fatto che l'organizzazione delle Nazioni Unite pone grande attenzione al mondo della comunicazione, confidando nell'enorme potere dei Networks nella diffusione mondiale dei progetti di sviluppo promossi dall'uomo. Da sottolineare anche lo sviluppo delle comunicazioni via Internet; nel corso del solo 1999 infatti i servizi online delle Nazioni Unite sono stati utilizzati da 133 paesi, ed il numero risulta in costante aumento.

(11) Cfr. Z. Bauman, Dentro la Globalizazione, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 80, il quale afferma che la globalizzazione ha dato ai ricchi maggiori possibilitá di guadagno e ha messo ai margini due terzi della popolazione mondiale.

(12) Si veda sul punto Aa.Vv., Global Public Goods: International cooperation in the 21th century, New York , 1999, p. 357.

(13) K.A. Annan, Preventing war and disaster: A growing Global Challenge, New York, p. 88 sgg.

(14) Contra cfr. da ultimo Flavia Monceri, McWest, McEast, McGlobe: I problemi del "mondo alla McDonald's", in Mondi Globali, a cura di B. Henry, edizioni ETS, Pisa, 2000, p. 161 sgg.

(15)  Cfr. M.W. Zacher, The United Nations and Global Commerce, New York, 1999, che sottolinea l'inadeguatezza di un livello di semplice livello statale.

(16) Cfr. A. Eide, The historical significance of The Universal Declaration, in International Social Science Journal, dicembre 1998, p.471 sgg.

(17) Cfr.  J. Couquelin- P. Lim- B. Mayer-Konig, Asian Values: Encounter with diversity, Richmond, Curzon Press, 2000; cfr. anche G. Sheridan, Asian Values, Western Dreams: Understanding the new Asia, St Leonards, Allen & Unwin, 1999.

(18) Cfr. A. Rinella-L. Coen- R. Scarcigna (a cura di), Sussidiarietà e ordinamenti costituzionali. Esperienze a confronto, Padova 1999.

(19) Su questi temi cfr. F. Zakaria, Culture is Destiny. A Conversation with Lee Kuan Yew, in Foreign Affairs, 73 (1994), n. 2, pp. 109-126.

(20) In questo contesto cfr. S.J. Han, Asian Values: An Asset or a Liability?, in S. J. Han (ed.), Changing Values in Asia. Their Impact on Governance and Development, pp. 3-13, che evidenzia l'unicità del caso giapponese in Asia. Il paese che piú rappresenta lo sviluppo economico dell'Asia, è infatti portatore di un'identità che si differenzia tanto dall'Occidente che dal resto dell'Asia.

(21) Cfr. B. R. Barber, Jihad vs. Mc. World: How globalism and tribalism are reshaping the world, Ballantine Books, New York, 1996.

(22) In senso affine si veda D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000.

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